09 Febbraio 2010

Per l’alternativa

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Forza Italia connection

09 Febbraio 2010

Nuova audizione del figlio del sindaco di Palermo che mostra una lettera a Berlusconi
“La scrisse mio padre, e il nuovo partito nacque dai contatti Stato-Cosa nostra”

Ciancimino, accuse a Forza Italia

“Frutto della trattativa con la mafia”

 

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - Massimo Ciancimino torna a deporre al processo che vede imputato l’ex generale del Ros ed ex capo dei servizi segreti Mario Mori e parla della “terza fase” della trattativa che sarebbe stata intavolata fra Cosa nostra ed esponenti delle istituzioni a partire dal 1992, l’anno delle stragi Falcone e Borsellino. “Nel 1994, l’ingegner Lo Verde, alias Bernardo Provenzano, mi fece avere tramite il suo entourage una lettera destinata a Dell’Utri e Berlusconi - rivela Ciancimino - Io la portai subito a mio padre, che all’epoca era in carcere: lui mi disse che con quella lettera si voleva richiamare Berlusconi e Dell’Utri, perché ritornassero nei ranghi. Mio padre mi diceva che il partito di Forza Italia era nato grazie alla trattativa e che Berlusconi era il frutto di tutti questi accordi”.

C’è quella lettera al centro della deposizione di Massimo Ciancimino. “Ne è rimasta solo una parte - dice il testimone rispondendo alle domande del pubblico ministero Antonio Ingroia - eppure, fino a pochi giorni prima della perquisizione fatta dai carabinieri nel 2005 a casa mia, nell’ambito di un’altra indagine, il documento era intero. Ne sono sicuro. Non so cosa sia successo dopo”.

In ciò che è rimasto nella lettera si legge: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Il “triste evento” sarebbe stato un atto intimidatorio nei confronti del figlio di Silvio Berlusconi. Massimo Ciancimino spiega: “Provenzano voleva una sorta di consulenza da parte di mio padre: questo concetto di mettere a disposizione le reti televisive l’aveva suggerito proprio lui a Provenzano, qualche tempo prima. Mio padre si ricordava di quando Berlusconi aveva rilasciato un’intervista al quotidiano Repubblica. Diceva che se un suo amico fosse sceso in politica lui non avrebbe avuto problemi a mettere a disposizione una delle sue reti”.

Vito Ciancimino avrebbe poi rielaborato la lettera di Provenzano: Massimo Ciancimino ha consegnato questa mattina al tribunale il secondo foglio della bozza scritta dal genitore. “La lettera è indirizzata a Dell’Utri e per conoscenza al presidente del consiglio onorevole Silvio Berlusconi - spiega il testimone - io fui incaricato di riportarla a Provenzano. Poi non so che fine abbia fatto e se sia stata consegnata”.

Insorge in aula l’avvocato Piero Milio, uno dei legali del generale Mori: “Cosa c’entrano questi argomenti con il processo, che si occupa della presunta mancata cattura di Provenzano nel 1995 a Mezzojuso, provincia di Palermo?”. Il presidente della quarta sezione del tribunale, Mario Fontana, respinge l’opposizione e invita il pubblico ministero Ingroia a proseguire nelle domande: “E’ comunque importante accertare cosa sia avvenuto eventualmente prima o dopo”, dice.

Secondo la ricostruzione di Massimo Ciancimino, fatta propria dalla Procura, la trattativa fra mafia e Stato condotta durante le stragi del 1992 avrebbe avuto una “terza fase”: “A Vito Ciancimino, nel rapporto con Cosa nostra, si sarebbe sostituito Marcello Dell’Utri”, è l’accusa del figlio dell’ex sindaco. Che aggiunge: ” Mio padre mi disse che fra il 2001 e il 2002 Provenzano aveva riparlato con Dell’Utri”.

La “bozza Ciancimino” ha un passaggio in più rispetto al documento sequestrato nel 2005. E’ scritto nel finale: “Se passa molto tempo e non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto ad uscire dal mio riserbo che dura da anni e convocherò una conferenza stampa”. Chiede il pubblico ministero Nino Di Matteo: “Cosa sua padre minacciava di svelare?”. Risponde Ciancimino junior: “L’origine della coalizione che aveva portato in politica Silvio Berlusconi”. Chiede ancora il pm: “A quando risaliva la bozza?”. Ciancimino: “Il 1994-1995″.

I servizi segreti. Nell’audizione torna il misterioso “signor Franco”, l’agente dei servizi segreti che secondo Ciancimino junior sarebbe stato in contatto con il padre e con Provenzano. “Dopo un’intervista con Panorama, in cui emergeva in qualche modo un mio ruolo nell’arresto di Riina, il signor Franco mi invitò caldamente a tacere e a non parlare più di certe vicende perché tanto non sarei mai stato coinvolto e non sarei mai stato chiamato a deporre. Cosa che effettivamente avvenne - accusa Ciancimino junior - visto che fino al 2008, quando decisi di collaborare con i magistrati, nessuno mi interrogò mai”. Anche durante gli arresti domiciliari Massimo Ciancimino avrebbe ricevuto una strana visita: “Un capitano dei carabinieri - dice il testimone - mi invitò caldamente a non parlare della trattativa e dei rapporti con Berlusconi”.

L’incontro con Gelli Un emissario del signor Franco gli avrebbe pure preannunciato un’imminente inchiesta nei suoi confronti e persino gli arresti domiciliari: “Per questo, ero stato invitato ad andare via da Palermo”. Ciancimino riferisce ancora le parole che gli avrebbe riferito il capitano del Ros Giuseppe De Donno, collaboratore di Mori:”Mi rassicurò che nessuno mi avrebbe mai sentito sulla vicenda relativa all’arresto di Riina. Su questa vicenda - mi disse - sarebbe stato persino apposto il segreto di Stato”. “Franco” avrebbe intensificato i suoi rapporti con i Ciancimino nell’estate delle stragi e avrebbe svolto un ruolo, prima in veste defilata poi da protagonista, nella cosiddetta “trattativa” tra Cosa nostra e le istituzioni. In quei mesi Vito Ciancimino avrebbe anche incontrato Licio Gelli a Cortina.

La perquisizione. Secondo la Procura, l’ultimo mistero legato al caso Ciancimino sarebbe quello della perquisizione del 2005: “Nessuno dei carabinieri presenti - accusa il testimone - chiese di aprire la cassaforte, che era ben visibile nella stanza di mio figlio”. Si commuove Massimo Ciancimino quando vede le fotografie della casa, fatte di recente dalla Dia su ordine della Procura. “In quella villa di Mondello ho tanti ricordi - spiega - lì ha vissuto mio figlio dopo la nascita”. Dopo una breve sospensione dell’udienza, Ciancimino torna ad accusare: “I carabinieri e qualcun altro sapevano che in quella cassaforte c’erano il papello e altri documenti”.

Le minacce. “Anche la settimana scorsa ho ricevuto delle pesanti intimidazioni - denuncia Massimo Ciancimino - sul parabrezza della mia auto è stata lasciata una lettera dal contenuto molto chiaro: neanche i magistrati di Palermo ti potranno salvare”.

Le reazioni. “Siamo alla pura invenzione che sfiora, anzi sicuramente entra nel campo della pazzia”. E’ la durissima reazione di Marcello Dell’Utri, che conclude; “Lo Stato non eravamo noi. In ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi”. A lui si aggiunge il commento di Gaetano Quagliarello, vicecapogruppo Pdl in Senato: “La farsa continua”.

© Riproduzione riservata (08 febbraio 2010)

Ecco l’origine di Milano 2

07 Febbraio 2010

Il figlio dell’ex sindaco di Palermo ha testimoniato al processo Mori nell’aula bunker dell’Ucciardone.
La ricostruzione dei rapporti con il boss latitante: “Godeva di immunità territoriale”

di SALVO PALAZZOLO

PALERMO - Parla del padre Vito, potente sindaco di Palermo, e dell’amico complice di sempre, Bernardo Provenzano. Parla soprattutto degli affari di Cosa nostra, che avrebbe investito molti capitali a “Milano 2″, la grande operazione immobiliare da cui presero il via le fortune di Silvio Berlusconi. Al processo Mori, nell’aula bunker del carcere palermitano dell’Ucciardone, Massimo Ciancimino racconta le trame del padre: “Con Provenzano si vedeva spesso - dice - anche a Roma, fra il 1999 e il 2002. Con altri mafiosi che avevano una grande capacità imprenditoriale faceva investimenti. Con i fratelli Buscemi e con Franco Bonura vennero investiti soldi anche in una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″.La trattativa. Massimo Ciancimino parla soprattutto della trattativa che il padre avrebbe intrattenuto con l’allora colonnello del Ros Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno: “Prima della strage Borsellino - dice il testimone - il colonnello incontrò più volte mio padre, nella nostra casa romana di via San Sebastianello. Almeno due volte prima del 29 giugno, quando il dottore Antonino Cinà (il medico di Riina - ndr) mi consegnò a Palermo il cosiddetto papello, che io portai subito a Roma. Dopo il 29 giugno, ci fu un altro incontro fra Mori e mio padre”. Ciancimino non usa mezzi termini. “La richiesta dei carabinieri era chiara, così mi spiegò mio padre dopo quegli incontri: volevano stabilire un canale privilegiato per interloquire con i vertici dell’organizzazione mafiosa. Mio padre riteneva quella strategia uno sbaglio da parte delle istituzioni, era come accreditare la linea folle di Riina”. Il pm Nino Di Matteo chiede a Ciancimino: “Cosa chiedevano esattamente i carabinieri?”. Il figlio dell’ex sindaco spiega: “Volevano la resa incondizionata dei capimafia, in cambio di un trattamento di favore per i familiari dei boss”. Su tutta l’operazione, dice Ciancimino, avrebbe vigilato Bernardo Provenzano, che autorizzò la trattativa. “Mio padre seppe poi dal signor Franco, suo referente nei servizi segreti, che di quella trattativa erano informati gli onorevoli Mancino e Rognoni. Mio padre ne parlò con i carabinieri. E dagli stessi ebbe conforto in tal senso”.

Il signor Lo Verde. Il racconto di Ciancimino comincia da lontano. “Me lo ricordo da bambino - dice Massimo Ciancimino - Bernardo Provenzano, che io conoscevo come il signor Lo Verde, veniva a trovarci spesso nella nostra casa di villeggiatura di Baida, alle porte di Palermo. Solo molto tempo dopo, a fine anni Ottanta, vidi per caso l’identikit di un capomafia sulla rivista Epoca, mentre ero Dal barbiere con mio padre. Era Provenzano, riconobbi l’uomo che veniva a casa mia. Chiesi a mio padre di quell’uomo. Mi rispose: stai attento al signor Lo Verde, da questa situazione non può salvarti nessuno”.

“Il signor Lo Verde - spiega il testimone - continuò a venirci a trovare anche quando mio padre era agli arresti domiciliari, nell’appartamento di via San Sebastianello, vicino a piazza di Spagna, a Roma. Dal 1999 al 2002. Mi incuriosiva quella situazione. Dissi a mio padre: ma non sono pericolosi questi incontri? Lui mi rispose senza tentennamenti. Disse che Provenzano poteva girare tranquillamente per Roma o in qualsiasi altra città, perché godeva di una sorta di immunità territoriale, basata su un accordo che anche mio padre aveva contribuito a stabilire. Un accordo che sarebbe stato stipulato fra il maggio 1992 e il dicembre dello stesso anno”.

Ciancimino senior e Provenzano. Ciancimino risponde alle domande dei pubblici ministeri Nino Di Matteo e Antonio Ingroia. Nella prima parte della sua deposizione, iniziata alle 10, ha rievocato l’attività politico-mafiosa del padre. “Aveva creato un vero e proprio sistema - spiega - suo compito era quello di spartire le tangenti dei grandi lavori pubblici di Palermo fra i politici e fra Cosa nostra, sempre tramite Provenzano”. Per i contatti più delicati, Vito Ciancimino utilizzava una linea telefonica riservata, installata nella sua casa di Palermo. “Spesso - aggiunge il teste - ero incaricato di consegnare buste chiuse a Provenzano”.

“Il rapporto fra mio padre e Provenzano era nato a Corleone - racconta Ciancimino junior - Abitavano nello stesso stabile: di tanto in tanto, mio padre dava lezione di matematica al giovane Bernardo. Molti anni dopo, si stupiva che lo chiamassero il ragioniere. In matematica non era stato mai bravo”.

Ad ascoltare Massimo Ciancimino c’è l’imputato principale di questo dibattimento, il generale Mario Mori, seduto accanto ai suoi legali, gli avvocati Piero Milio ed Enzo Musco. Sugli spalti del pubblico sono presenti numerosi studenti.
Una lunga deposizione. La deposizione davanti alla quarta sezione del tribunale si preannuncia lunga. Nei 23 verbali d’interrogatorio di Massimo Ciancimino già depositati dalla Procura in vista dell’udienza di oggi si parla della trattativa che sarebbe avvenuta fra Cosa nostra e l’entourage del generale Mori, nel 1992, durante la stagione delle stragi Falcone e Borsellino. L’accordo avrebbe previsto la cessazione della strategia stragista, in cambio di alcuni benefici per i boss: a mediare il misterioso dialogo sarebbe stato il padre di Massimo, Vito Ciancimino. Secondo la Procura di Palermo, in quei giorni sarebbe nato un vero e proprio patto fra il vertice mafioso e una parte delle istituzioni: ecco perché, secondo i pm, Provenzano avrebbe proseguito indisturbato la sua latitanza (fino all’11 aprile 2006).

Il figlio di Vito Ciancimino continua a rispondere senza tentennamenti alle domande dei pubblici ministeri. Ritorna sugli affari del padre: “Dopo le inchieste e le denunce della commissione antimafia e il caso della sua querela al capo della polizia, mio padre decise di spostare i suoi investimenti lontano da Palermo”. Correvano gli anni Settanta. Massimo Ciancimino spiega: “Alcuni suoi amici di allora, Ciarrapico e Caltagirone, ma anche altri costruttori romani gli dissero di investire in Canada dove erano in preparazione le Olimpiadi di Montreal. C’erano dei mutui agevolati per gli investitori stranieri”. Con i boss Salvatore e Antonino Bonura, con il costruttore mafioso Franco Bonura sarebbe nato in seguito un altro investimento: “Una grande realizzazione alla periferia di Milano che è stata poi chiamata Milano 2″, dice Ciancimino junior.
I rapporti con i servizi. Un altro capitolo della deposizione nell’aula bunker è quello dei rapporti fra l’ex sindaco di Palermo, Bernardo Provenzano e i servizi segreti. Massimo Ciancimino dice che il tramite sarebbe stato un “uomo che vestiva sempre in modo molto elegante, non siciliano”. Lui lo conosceva solo come il nome: “signor Franco o Carlo”. “Era legato all’ambiente dei servizi”, spiega il testimone. “Lo contattavo tramite due numeri conservati nella Sim del mio telefonino. Avevo un’utenza fissa, con prefisso 06 Roma e un’utenza cellulare”. Il signor Franco torna nel racconto di Ciancimino già dagli anni Settanta. “Lo rividi il giorno dei funerali di mio padre - spiega - venne al cimitero dei Cappuccini di Palermo per portarmi un biglietto di condoglianze del signor Lo Verde. Disse che se n’era andato un grande uomo”.
Il signor Franco. Vito Ciancimino avrebbe incontrato spesso il signor Franco: “Lui, mio padre e il signor Lo Verde avevano le chiavi di un appartamento, nella zona di via del Tritone, a Roma”. All’ex sindaco di Palermo sarebbero stati chiesti dai Servizi diversi “interventi”: anche in occasione del disastro di Ustica (”Per non fare diffondere certe notizie”, dice Ciancimino junior) e del sequestro Moro (”Per trovare il covo”).
Ghedini: tutto falso “Le dichiarazioni di Ciancimino su Milano 2 sono del tutto prive di ogni fondamento fattuale e di ogni logica, e sono smentibili documentalmente in ogni momento”. Così Niccolò Ghedini, avvocato del premier e parlamentare Pdl ha commentato le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino: “Tutti i flussi finanziari di Milano 2 - ha detto Ghedini - , operazione immobiliare che ancor oggi è da considerarsi una delle migliori realizzazioni nel nostro paese, sono più che trasparenti e sono stati più volte oggetto di accurati controlli e verifiche. Tutte le risultanze hanno dimostrato la provenienza assolutamente lecita di tutto il denaro impiegato”. L’avvocato del premier annuncia azioni legali perché parlare di “finanziamenti mafiosi è evidentemente diffamatorio”.

 

 

Il caso Genchi

07 Febbraio 2010

 

 

«In Why Not avevo trovato le stesse persone
sulle quali indagavo per la strage di via D’Amelio.
L’unica altra indagine della mia vita
che non fu possibile finire».

Inizia così il dialogo tra Gioacchino Genchi e Edoardo Montolli. E per la prima volta viene a galla ciò che Silvio Berlusconi aveva definito «il più grande scandalo della Repubblica»: il cosiddetto «archivio Genchi». E viene a galla con nomi e cognomi. Un materiale del tutto inedito e così scottante da poter riscrivere gli ultimi vent’anni della storia d’Italia: da Tangentopoli alle scalate bancarie, dai grandi crac ai processi clamorosi. Fino alle stragi del 1992 e 1993. Dalle agende di Falcone agli ultimi due giorni di vita di Borsellino, con elementi completamente nuovi che aprono enormi squarci nelle istituzioni. Ma non con teorie o teoremi. Con dati. Fatti. Indagini e amicizie impensabili, uno scioccante dietro le quinte della politica che porta alle origini della seconda Repubblica. Dopo averlo letto niente vi sembrerà più come prima.

«La storia sconvolgente che spiega perché tanti potenti
hanno paura del contenuto dell’archivio Genchi».

dalla prefazione di Marco Travaglio

Luglio 1992, la Sicilia è dilaniata dalle stragi. In città c’è un poliziotto maledettamente bravo con le tecnologie. Ha lavorato con Falcone e sono tre anni che si occupa dei misteri di Palermo. Si chiama Gioacchino Genchi. è a lui che chiedono di scoprire qualcosa sulle agende elettroniche del giudice. E di capire dai telefoni se qualcuno spiasse Paolo Borsellino. E lui qualcosa scopre. Scova file cancellati e li ritrova. Poi ipotizza una pista per via D’Amelio: date, nomi, luoghi. Diventa vice del gruppo Falcone-Borsellino. Ma quell’indagine non la finirà mai. Una mattina, mentre l’Italia esulta per l’arresto dei killer, all’improvviso sbatte la porta. E se ne va.
Da allora non ne ha mai parlato. Lo chiamano nei processi più delicati: le talpe nel Ros di Palermo, il caso Dell’Utri. I capi di Cosa Nostra e i colletti bianchi. La vicenda Cuffaro e la sanità siciliana. Le sue consulenze sui telefoni ribaltano giudizi, fanno condannare centinaia di persone e assolvere miriadi di innocenti. Da vent’anni è considerato il più abile consulente telematico delle Procure.
Ogni anno la polizia stila graduatorie e gli assegna un punto più del massimo per le «eccezionali doti morali» e il prestigio che ne consegue.
Finché approda a Catanzaro, per la Why Not di Luigi de Magistris.
Una mattina accende il pc, guarda i tabulati telefonici. E all’improvviso sbianca.
Ma non fa in tempo a stendere una relazione: revocato l’incarico, indagato e perquisito, sequestrato l’«archivio» con tutti i dati fin dal 1992. Attaccato da ogni parte politica. Sospeso dalla polizia. E altrove quattro magistrati perdono il posto. E allora cosa c’era in Why Not, cosa c’era in quei tabulati?
C’erano giudici a contatto con boss, magistrati amici degli indagati e dei loro avvocati. Ma c’era soprattutto un intreccio telefonico economico-politico-giudiziario che da Catanzaro saliva a Roma, incrociando i processi sulle scalate bancarie, la vicenda Umts, i crac Cirio e Parmalat e lo spionaggio Telecom, incuneandosi indietro nel tempo all’origine e al declino di Tangentopoli e a tante, troppe inchieste di cui si era occupato. E agli stessi nomi su cui indagava per via D’Amelio, quando se ne andò sbattendo la porta. E ora che per difendersi ha depositato in tribunale le sue scoperte, può finalmente raccontarlo: perché lasciò allora, perché è stato fermato adesso. Con nomi, date e luoghi. Perché questo lungo e complesso racconto non è la storia di un’inchiesta bloccata a Catanzaro. Questa è la storia della seconda Repubblica.

Edoardo Montolli, trentasei anni, vive a Milano e scrive di crimini. è autore per Hobby & Work di due thriller, Il boia e La ferocia del coniglio, poi entrati nella collana Giallo Mondadori. Per Aliberti ha pubblicato tre libri: Tribù di Notte, Cara Cronica – Lettere (mai pubblicate) a Cronaca Vera e, insieme a Felice Manti, Il grande abbaglio. Controinchiesta sulla strage di Erba.

10 Dicembre 2009

 

 

In libreria dal 26 novembre

COLLETTI SPORCHI

di Ferruccio Pinotti e Luca Tescaroli

Bur Rizzoli

giovedì 7 agosto 2008

Pedofilia, “Olocausto bianco”: la Chiesa, Luca Barbareschi e Rignano. Parla Carlotta Zavattiero

Pornografia online e abusi sui minori: il mondo della pedofilia è sempre più oggetto di inchiesta giudiziaria e giornalistica. Ferruccio Pinotti e Carlotta Zavattiero hanno scritto a quattro mani “Olocausto bianco” (Bur, 12.50 euro) che raccoglie la testimonianza delle vittime, incluso l’attore Luca Barbareschi, e dei pedofili condannati, analizza le carte processuali e i casi di cronaca, con una particolare attenzione alle differenze tra il mondo cattolico e quello protestante. Ne abbiamo discusso insieme alla coautrice Carlotta Zavattiero.

Nel libro descrivete la pedofilia come “la piaga del terzo millennio”, dominata da una lobby potente. Chi è parte di questo circolo di potere? Piacerebbe a molti individuare un gruppo responsabile di questa “piaga” del terzo millennio: una cerchia ristretta di persone con il potere, sia economico che culturale, di gestire la pedofilia traendone vantaggi, sessuali ed economici. Ma la realtà è diversa. Ecco la ragione per cui abbiamo volutamente utilizzato il termine “piaga”: non esiste classe sociale immune da questo problema. Il pedofilo può essere il pastore come l’insegnante, l’allenatore, l’industriale che viaggia in jet personali o semplicemente il padre di famiglia. Seminari e scuole cattoliche sono in molti casi l’alveo di episodi di pedofilia nascosti, come è successo a Luca Barbareschi e ad altre vittime di abusi che riportano la loro esperienza in “Olocausto bianco”.Qual è invece la penetrazione della pedofilia negli ambienti di potere, dalla politica all’industria? Stabilire con precisione il livello di penetrazione della pedofilia negli ambienti che contano potrebbe essere addirittura “impossibile”. In Olocausto bianco (Quinta parte, pedofili in carcere), emerge chiaramente quanto il pedofilo sia il soggetto sociale più disprezzabile e disprezzato, da relegare nell’isolamento infernale di un girone dantesco. Mi spiego meglio: è noto che un certo lassismo sessuale sia abitudinario in certi ambienti altolocati. Orge, festini a base di sesso, droga, eccetera si fanno. Ed è un fatto. E seppure questi ritrovi siano fatti tra persone maggiorenni, restano sempre nell’ombra. Circolano solamente voci. Figuriamoci quando e se in tali ritrovi siano coinvolti dei minorenni, quale sia il livello di precauzioni prese per evitare fughe di notizie che avrebbero ovviamente effetti esplosivi e dirompenti. Casi come quello di Lapo Elkann ne sono un esempio. Il ragazzo cerca ora in tutti i modi di riabilitarsi agli occhi della società e nella sua storia non c’era un coinvolgimento di minori. Lascio intuire cosa potrebbe accadere con la pedofilia.Per molte associazioni a difesa dei bambini e delle vittime degli abusi l’intervento di Ratzinger in Australia sulla pedofilia è stato doveroso e apprezzabile, ma non sufficiente. Cosa ne pensi? I tre aggettivi usati sono quelli giusti: l’intervento è stato effettivamente doveroso, apprezzabile, ma non sufficiente. I reati continuano, le vittime aumentano. Azioni conseguenti a buone intenzioni, bei discorsi, non sempre vanno di pari passo. Ma è un comportamento tipico del genere umano, da accettare. È difficile conciliare sempre il bel dire con il bel fare. Può essere quasi una questione di Dna: non si diventa Giovanni Falcone, ci si nasce. Ma si può comunque cercare di cambiare le cose. Ci vuole volontà e non tutti la esercitano.Danni e risarcimenti: nei paesi protestanti le vittime ricevono ingenti somme, mentre nei paesi cattolici prevalgono cifre ridicole, accompagnate da un diffuso pentitismo e dal frequente occultamento dei fatti (es. spostamento di parrocchia dei sacerdoti pedofili). Come si giustificano queste differenze? Sono differenze di carattere essenzialmente culturale oltre che storico, che hanno a che vedere con una diversa visione della sessualità. Quella cattolica (religione che conosco meglio perché sono cattolica anche io) è repressa e colpevolizzante: naturale che ne scaturiscano a cascata atteggiamenti ipocriti, negazionisti dell’abuso e della pedofilia. Maggiore è la “laicità” con cui si affrontano le tematiche sessuali e maggiore è la tutela e la difesa dei diritti di una vittima. Ma sarebbe sbagliato generalizzare: ci sono cattolici con una sessualità sana e altri meno e questo vale per tutte le religioni. Perversioni come la pedofilia sono problemi individuali, soggettivi che coinvolgono lo sviluppo della sessualità e affettività, delle relazioni con gli altri. Non sempre questo sviluppo avviene in modo armonico e naturale. Dunque non fare di tutte le erbe un fascio, ma nemmeno dimenticare che in certi contesti culturali e ambientali, il sorgere di devianze sessuali è certamente favorito.

Luca Barbareschi racconta la sua esperienza di abusi subiti e su Rignano Flaminio crede che i bambini non possano essersi inventati tutto. Cosa ne pensi? È una storia piuttosto complessa, confusa, gestita male a livello processuale ed egregiamente a livello mediatico. Con il tempo non si arriva alla chiarezza e la vicenda diventa sempre più intricata. Penso che si resterà sempre in una fase di “dubbiosa sospensione”. A livello epidermico, si tratta dunque di opinione personale, sento che la presenza di certi soggetti diano a tutta la storia un qualcosa di falsato. Non sono in grado di stabilire la veridicità degli abusi; penso che i bambini coinvolti abbiano certamente subito uno stress fortissimo durante le varie fasi della vicenda. In questo senso invito a leggere il libro di Claudio Cerasa (Ho visto l’uomo nero) esclusivamente dedicato a Rignano. Se io fossi uno di quei genitori, per il bene di mio figlio, mi rinchiuderei nel silenzio anonimo di una sana normalità.Anche su Don Gelmini si è alzata una cortina di ferro in sua difesa, sia da parte del clero che della politica e finora soltanto Vania Gaito in “Viaggio nel silenzio” ha portato avanti un’indagine documentata sui suoi trascorsi. Perchè vige ancora un così forte senso di omertà? I due casi citati, Rignano Flaminio e Don Gelmini, sono effettivamente due vicende che pur avendo avuto una eco nazionale vasta e durevole, mancano in Olocausto bianco. Non è una svista, ma una scelta consapevole, perché il libro è nato con la precisa intenzione di riempire un vuoto informativo sulla pedofilia. E l’obiettivo è stato raggiunto. Il lettore che cerca sensazionalismi, colpi di scena su fatti che coinvolgono personaggi di spicco, in Olocausto bianco troverà molto di più. Perché arriverà a diffidare o ad interrogarsi sul comportamento del marito, dell’appassionato di viaggi in Estremo Oriente che conosce (o crede di conoscere) da una vita, del fidanzato, del datore di lavoro, dell’insegnante del figlio, del commesso esperto di computer, del sacerdote al quale ha affidato la figlia o il figlio per la preparazione alla Comunione o per il campeggio estivo.Parliamo di pedopornografia. La maggior parte dei server sono negli Stati Uniti e la mancanza di accordi internazionali non consente un controllo reale sullo scaricamento di materiale illecito. Dietro a tutto questo si nasconde, come sempre, il profitto. Quanto incidono i guadagni delle banche derivanti dalla pornografia sulla mancanza di accordi multilaterali? E chi può dirlo? Come si fa a stabilire che tot milioni di euro derivano dai proventi del mercato pedopornografico? O della prostituzione minorile? O di altri traffici illeciti come armi, droga? Il denaro è sporco, ma le banche sono luoghi asettici: pecunia non olet.Qual è stato l’incontro più sconvolgente che ricordi durante la stesura del libro? È stato l’incontro con una fotografia. Quella di una bambina di due anni. Non la descrivo, mi limito a dire che il carabiniere che me l’ha mostrata (uno che ha fatto la guerra in Libano, descritta, tanto per capirci, in Insciallah di Oriana Fallaci, che conobbe durante la missione) mi ha riferito di non avere mai visto una cosa più orribile. Perché è vero che una fotografia è un istante materializzato. Ma la realtà che descrive ha un prima e un dopo reali.