LETTERA AGLI ELETTORI

09 Marzo 2010

Cari Amici,
la Politica e l’Amministrazione rappresentano un impegno con sé stessi e con gli altri.
Un impegno ricco di stimoli che va affrontato con entusiasmo, rispetto, volontà e spirito di servizio, mettendo poi  a conoscenza i cittadini delle cose buone che nel tempo vengono realizzate, tra le tante difficoltà quotidiane.
Molti di voi sanno che la regione Lazio, grazie al profondo impegno dell’Assessore alle Politiche della Casa Mario Di Carlo, è stata una delle prime regioni a sviluppare un “Piano Casa” degno delle nuove sfide future, moderno, chiaro e a disposizione di ogni cittadino.
Grazie al lavoro dell’Assessore Di Carlo è stato risanato il bilancio dell’Ater, da anni sempre in passivo, è stato sviluppato un Piano Vendite di parte del patrimonio immobiliare dell’ente, per permettere l’acquisto degli immobili agli inquilini.
Il lavoro di Mario di Carlo è arrivato anche  a Monterotondo, consentendo la ristrutturazione degli alloggi Ater di via dell’Aeronautica.
Grazie al suo impegno sono stati stanziati 550 milioni di euro per costruire 11.500 nuovi alloggi, di cui 48 nel comune di Monterotondo.
Oggi, grazie a Mario Di Carlo, gli inquilini degli appartamenti oggetto di cartolarizzazione potranno acquistare la propria casa con un mutuo agevolato all’1%.
Grazie al suo lavoro nella Nostra Regione è partito un grande e moderno progetto di “Housing Sociale”, quindi una forte attenzione al bisogno dei cittadini di avere una casa dove programmare la propria vita.
E inoltre:  
1. attuazione della legge sulla bioedilizia
2. 22 milioni di euro per i pannelli solari da destinare agli alloggi Ater.
3. 250 milioni di euro spesi per la difesa dal suolo a partire dal 2005.
4. Per la salvaguardia dai rischi di frana e di alluvione la Regione ha avviato numerosi programmi di intervento per un totale di oltre 133 milioni di euro, di cui circa 50 di cofinanziamento regionale.
5. Approvazione di un sistema di valutazione della sostenibilità energetico-ambientale degli edifici (protocollo ITACA).
6. Complessivamente sono stati stanziati in cinque anni 139 milioni per i Parchi della nostra Regione.
7. Entro gennaio 2010, nel Lazio ci saranno 1.000 nuovi posti Rsa: i vecchi posti letto per acuti riconvertiti in posti letto per anziani.
8. Nel Bilancio 2009 sono stati stanziati 450 milioni di euro per l’edilizia sanitaria in 3 anni e altri 250 per l’ammodernamento tecnologico ed energetico dell’edilizia sanitaria.
E tante altre cose che potrete vedere sul sito internet www.mariodicarlo.com .
Proprio per questo lavoro fatto  chiedo a tutti Voi di votare Mario di Carlo alle prossime regionali del 28 e 29 marzo.
Per un Lazio che guarda avanti votiamo Partito Democratico e scriviamo Di Carlo.
Il futuro lo decidiamo noi!

Ezio Cardarelli

 

DI SEGUITO LA LETTERA DI MARIO DI CARLO AGLI ELETTORI

EZIO CARDARELLI VOTA MARIO DI CARLO

03 Marzo 2010

Care amiche e cari amici, come ripeto spesso il bello di una democrazia è che le persone che chiamiamo a rappresentarci hanno “una scadenza”. Dopo un po’ di tempo possiamo confermarli nei loro incarichi o mandarli a casa se pensiamo non siano stati capaci di fare ciò per cui li abbiamo votati. Succede in pochi campi, altri poteri, più o meno forti, seguono un’altra logica e non offronomai ai cittadini la possibilità di valutare l’operato di chi agisce, o dovrebbe agire, nel loro interesse.Come tutti penso sappiate il Consigliere Mario Di Carlo andrà “in scadenza” fra un mese esatto.Grazie anche all’aiuto di ciascuno di voi abbiamo fatto in Regione un lavoro serio e importante sudiversi temi, dalla casa alla sanità, dai trasporti allo sport, dalla cultura all’ambiente, dal sociale alle politiche energetiche, dal lavoro alle imprese. Per continuare a fare ciò che abbiamo cominciato ho deciso di ricandidarmi alle prossime elezioni regionali, sicuro che gli elettori sapranno apprezzare la lealtà, la costanza e la concretezza di questi primi 5 anni di impegno.Con questa mail comincia ufficialmente la nostra campagna elettorale. Una campagna difficile,nella quale siamo tutti chiamati a fare contemporaneamente tre cose: mobilitarci per raccontarequanto di buono è stato realizzato, chiedere ai cittadini di spiegarci in cosa possiamo migliorare edinfine tornare ad essere capaci di comunicare a tutti gli elettori del Lazio il senso politico di questeelezioni. Siamo di fronte ad un bivio, possiamo decidere se andare avanti scegliendo Emma BoninoPresidente o tornare indietro, affidando nuovamente alla “banda del debito” della Sanità e agli altri volti noti che si nascondono dietro il rassicurante sorriso della Polverini le chiavi della Regione Lazio.Io non ho dubbi, penso che il 28 e il 29 Marzo possiamo e dobbiamo vincere. Per questo dedicheròtutto me stesso a questa campagna elettorale, per la quale conto su di te.Per organizzare un incontro, ottenere materiale, chiedere un consiglio o un aiuto non esitare acontattare il mio comitato elettorale a Via Appia 1240 (tel. 06/71289487) oppure a consultare il mio sito www.mariodicarlo.com   che sarà costantemente aggiornato con i diversi appuntamenti che organizzeremo insieme.La “campagna di marzo” è appena cominciata,facciamoci sentire. Mario Di Carlo

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Intervista a Genchi

28 Febbraio 2010

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L’IDEOLOGIA DEL FARE

22 Febbraio 2010

 di ILVO DIAMANTI

È l’era del “fare”. I fatti contrapposti alle parole. Quelli che “fanno” opposti a quelli che “dicono”. E perdono tempo a discutere, controllare, verificare. È un argomento caro al premier. Ripreso, in questi giorni, con particolare insistenza per replicare alle polemiche.
Polemiche sollevate dalle inchieste della magistratura sull’opera della Protezione civile, in Abruzzo dopo il terremoto e alla Maddalena, in vista del G8 (in seguito spostato a L’Aquila). E, ancor più, contro le critiche al progetto di trasformare la Protezione civile in Spa per meglio affrontare ogni emergenza. Allargando il campo dell’emergenza fino a comprendere ogni evento speciale e straordinario. Per visibilità e risorse investite. Oltre alle celebrazioni del 150enario dell’Unità d’Italia: i giochi del Mediterraneo e i Mondiali di nuoto; l’Anno giubilare paolino, l’esposizione delle spoglie di San Giuseppe da Cupertino, e i viaggi del Papa in provincia (perché non quelli del presidente della Repubblica e del premier?). Insomma, tutto quanto fa spettacolo e richiede grandi quantità di mezzi. Affidato alla logica della “corsia preferenziale”, superando i vincoli imposti dalle regole, dalle procedure. Dagli organismi di controllo istituzionali. Per sottrarsi ai tempi e alle fatiche della democrazia.
Che spesso delude i cittadini. E impedisce al governo di produrre risultati da esibire, come misura dell’efficacia della propria azione.
La mitologia del “fare” è alla radice del successo politico di Silvio Berlusconi. Il sogno italiano. L’imprenditore che si è “fatto” da sé. Dal nulla ha costruito un impero. In diversi settori. Da quello immobiliare a quello editoriale. A quello mediatico. Anche nello sport, ovviamente. Ha sempre vinto. Dovunque. E ha imparato che, se vuoi “fare”, le regole, le leggi e, peggio ancora, i controlli a volte sono un impedimento. I giudici e i magistrati, per questo, possono rappresentare un ostacolo. Perché non sono interessati ai risultati, ma alle procedure. Alla legittimità e non alla produttività. Anche se nell’era di Tangentopoli i giudici erano celebrati da tutti (o quasi). Tuttavia, allora apparivano non i garanti della giustizia, ma i “giustizieri” di una democrazia malata. Bloccata e soprattutto improduttiva. Ostile ai cittadini e agli imprenditori.
Sul mito del “fare” si basa l’affermazione del politico-imprenditore alla guida di un partito-impresa, che gestisce la politica come marketing e promette di governare il paese come un’azienda. Anzi: di guidare l’azienda-paese. In aperta polemica con il professionista politico e il partito di apparato.
Si delinea, così, un modello neo-presidenziale di fatto. Realizzato su basi pragmatiche ed economiche. Quindi, molto più libero da regole e controlli rispetto ai sistemi presidenziali e semi-presidenziali effettivamente vigenti nelle democrazie occidentali.
L’evoluzione della Protezione civile è coerente con questo modello. Ne è il prodotto di bandiera, ma anche il modello esemplare. In fondo, Bertolaso anticipa e mostra quel che Berlusconi vorrebbe diventare (e costruire). È il suo Avatar. Affronta emergenze “visibili” e produce per questo risultati “visibili”. In tempi rapidi. Puntualmente riprodotti dai media. Napoli. Sepolta dall’immondizia. L’Aquila devastata. Poi, arriva Bertolaso. L’immondizia scompare. Le prime case vengono consegnate a tempo di record. Sotto i riflettori dei media. Che narrano il dolore, l’emozione. E i successi conseguiti dal premier-imprenditore attraverso il suo Avatar. Aggirando vincoli e procedure. Perché nelle calamità, come in guerra, vige lo Stato di emergenza, che non rispetta i tempi della democrazia e della politica. Da ciò la tentazione di estendere i confini dell’emergenza fino a comprendere i “grandi eventi”. Cioè: tutto quel che mobilita grandi investimenti, grandi emozioni e grande attenzione.
La Protezione civile diventa, così, modello e laboratorio per governare l’Italia come un’azienda. Dove il presidente-imprenditore può agire e decidere “in deroga” alle regole e alle norme. Perché lo richiede questo Stato (di emergenza diffusa e perenne). Dove il consenso popolare è misurato dai sondaggi. Dove, per (di) mostrare i “fatti”, invece che al Parlamento ci si rivolge direttamente ai cittadini. O meglio, al “pubblico”. Attraverso la tivù. Dove anche la corruzione diventa sopportabile. Meno “scandalosa”, quando urge “fare” - e in fretta.
Di fronte a questa prospettiva - o forse: deriva - ci limitiamo a due osservazioni
La prima: la democrazia rappresentativa non si può separare dalle regole. Perché la democrazia, ha sottolineato Bobbio, è un “metodo per prendere decisioni collettive”. Dove le procedure e le regole sono importanti quanto i risultati. Perché garantiscono dagli eccessi, dalle distorsioni, dalle degenerazioni. Come rammenta Montesquieu (nel 1748): “ogni uomo di potere è indotto ad abusarne. Per cui bisogna limitarne la virtù”. Bilanciandone il potere con altri poteri. Perché, aggiunge un altro padre del pensiero liberale, Benjamin Constant (nel 1829): “ogni buona costituzione è un atto di sfiducia”. Nella natura umana e del potere.
La seconda osservazione riguarda il fondamento del “fare”, cui si appella il premier. In effetti, coincide con il “dire”. Meglio ancora: con l’apparire. Perché i “fatti” - a cui si appella Berlusconi - esistono in quanto “immagini”. Proposte oppure nascoste dai media. Secondo necessità. Come i “dati” dell’economia e del lavoro. Come i disoccupati o i cassintegrati e i morti sul lavoro. Che appaiono e - preferibilmente - scompaiono sui media. A tele-comando. Perché il pessimismo e la sfiducia minano la fiducia dei consumatori e dei cittadini. Meglio: del cittadino-consumatore. O viceversa.
È la retorica del “fare”. Narrazione e al tempo stesso ideologia di successo. Per costruire e proteggere l’Italia spa.

Mala tempora currunt…

09 Febbraio 2010

di Giorgio Bocca - 5 febbraio 2010

Il populismo praticato da maggioranza e opposizione. La finta partecipazione di tutti che la tv simula sapendo di mentire. Il voto ignorante, da gregge. Viviamo un periodo deludente e mediocre.
Su una cosa sembriamo tutti d’accordo, governativi e oppositori: mala tempora currunt, la società italiana nel suo insieme sembra incline al peggio, al mediocre. Le tendenze dominanti nel modo di pensare, nel modo di essere sono preoccupanti, chi ha un naso politico sente tanfo di fascismo. Vediamoli questi brutti segni.
Il primo è che nella nostra politica si è diffusa come una nebbia spessa l’ipocrisia del populismo. Cosa hanno insegnato i grandi legislatori da Licurgo al Mosè del decalogo? A regolare, a controllare gli istinti e gli appetiti umani, a fare entrare nella testa degli uomini il concetto fondamentale di civiltà: non fare ciò che lede i diritti altrui. Ma il populismo praticato dalla maggioranza e da cui anche l’opposizione è tentata che cosa è se non invogliare il popolo a seguire i suoi appetiti, a rifiutare i prezzi, i costi della vita in società? E perché in tutti i paesi ricchi le mafie tendono a diventare componenti stabili, inevitabili degli equilibri sociali? Perché se il denaro è il più importante dei valori, chi comunque è padrone del denaro fa parte del potere.
Dopo l’aggressione a Berlusconi si è levata nel Paese una generale protesta contro la predicazione dell’odio politico, contro i toni esacerbati. Ma anche questo odio è frutto del populismo, dell’idea populista che il governo dei paesi possa essere affidato alle platee televisive dove gli urlatori hanno la meglio sui pensatori. La partecipazione di tutti all’informazione di massa, la finta partecipazione di tutti che la televisione simula sapendo di mentire, alla fine ha prodotto la disinformazione generale sostituita dalla faziosità, dal ‘tifo’.
La lettura dei giornali che di solito apre le nostre giornate ci mette davanti a questa tristezza: migliaia di persone hanno impegnato la loro intelligenza, la loro passione politica, la loro memoria, la loro scrittura per mentire, per ridurre le notizie, i ragionamenti a propaganda. E non è tutto. Al piacere di essere faziosi, mentitori, diffamatori si unisce quello di servire; il popolo sovrano, come lo chiamano, che è andato a votare alle elezioni europee per il governo dell’Europa, ignora volutamente come noiosi, come complicati i problemi dell’Europa, mandando al parlamento europeo i politici di serie B, bocciati alle elezioni italiane, come premio di consolazione.
Di fronte a questo voto ignorante e incosciente, da gregge, risultano più comici che impudenti gli elogi sperticati che i professionisti della politica rivolgono ai cittadini elettori o l’intercalare furbesco sugli italiani “che non sono stupidi, che non si fanno ingannare, che a loro non gliela fa nessuno”.
Come chiamare questo periodo della nostra storia? Deludente, mediocre ripetizione. Dopo gli anni feroci ma memorabili della guerra di liberazione, dopo gli anni della fervida ricostruzione e del ritorno alla democrazia sembrava finalmente che il Paese avesse trovato la strada di una crescita civile duratura, la strada dei diritti ma anche dei doveri e delle conoscenze, non quella di mandare a governare l’Europa chi dell’Europa non sa niente. Fedele Confalonieri, l’amico da una vita di Berlusconi, dice che Silvio è “come Anteo, se lo butti a terra moltiplica le sue forze”. Ma il governo di un paese non è una gara di sollevamento pesi o di tiro alla fune, è la voglia, il tentativo di ridurre la giungla degli appetiti individuali al rispetto delle buone leggi. Tratto da: L’espresso