Archivio di Marzo 2008

La destra in Sicilia si dimentica della mafia

30 Marzo 2008

Finocchiaro: legalità è condizione essenziale per sviluppo

“A Palermo ho detto che se la mafia decide per chi votare non voti per noi che la vogliamo distruggere. Se questa frase fosse pronunciata da tutti la mafia si sentirebbe isolata”. Da Latina il candidato premier del Partito Democratico Walter Veltroni torna sul tema della lotta alla malavita organizzata, così vigorosamente sollevato dal leader del Pd in Sicilia e in Calabria nei giorni scorsi.

Di certo non si può dire la stessa cosa del leader dello schieramento opposto. Silvio Berlusconi, infatti, in visita proprio in Sicilia, davanti ad una platea di imprenditori – una delle categorie che più coraggiosamente sta combattendo la piaga della mafia nell’isola – ha parlato di tutto ma ha tralasciato di fare menzione del principale dei mali della Sicilia. “Ciascuno si comporti secondo coscienza”, ha detto Veltroni a chi gli chiedeva un commento su questo.

Duro il giudizio della candidata alla presidenza dell’Assemblea regionale siciliana Anna Finocchiaro: “E’ davvero curioso che Berlusconi venga in Sicilia e si dimentichi di parlare di criminalità organizzata. Lui dovrebbe sapere bene che la legalità, in questa terra, è condizione essenziale per la crescita e lo sviluppo. Si tratta davvero di una curiosa amnesia”.

Stupito per la dimenticanza anche il ministro dell’Istruzione Beppe Fioroni, capolista in Sicilia alla Camera “Fare finta di niente – ha detto - è il peggiore segnale che le istituzioni possano mandare alla criminalità organizzata che prospera proprio nel disinteresse delle istituzioni e della società civile”.

Mai abbassare la guardia, ha sottolineato Fioroni: “In una lotta di questo genere ed è ancora peggio, poi, se ciò avviene in campagna elettorale. Un pessimo segnale, veramente pessimo per la Sicilia e per il Paese tutto”.

Il Tibet ha bisogno di tutti

30 Marzo 2008

Il Dalai Lama invoca l’intervento della comunità internazionale

Alla Cina e al suo rigido stato di polizia. Alla sua impietosa legge del terrore. Alle sue politiche di aggressione demografica, che stanno facendo a pezzi gli equilibri già compromessi della fragile comunità tibetana, insediando sull’altipiano un numero sempre più consistente di immigrati dalla Repubblica Popolare. A questo complicato stato di cose è diretto lo sdegno del Dalai Lama, che è rabbia e amore per una terra occupata da 48 anni, e che proprio in questi giorni ha ripreso a fare molto rumore in cronaca.
La prima mattina del 29 marzo, a Nuova Delhi, si riempie del brusìo delle migliaia di persone intervenute alla celebrazione del 60esimo anniversario della morte del Mahatma Gandhi. Tra le mura del mausoleo che sorge sul luogo in cui il leader e padre dell’indipendenza indiana è stato cremato si stringono fianco a fianco i rappresentanti indù, musulmani sikh, jain. Poi ci sono le centinaia di tibetani, intenti a seguire gesti e parole del loro Lama. Lui è in ginocchio. Ha le mani giunte sulla testa, in un atto di preghiera e di supplica che si rivolge al cielo, ma anche ad un potere più terreno, quello della comunità internazionale.
“Per favore, aiutate il mio popolo a risolvere la crisi del Tibet” mormora con voce rotta il Dalai Lama. “Per favore” ripete, “ abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, di tutto il mondo.” Un mondo che, ai suoi occhi, può “intervenire, fare qualcosa, ottenere verità e giustizia.” Per lanciare l’accorato appello ha scelto la cerimonia in ricordo di uno dei suoi maggiori ispiratori. Anche mentre prega per Gandhi sta parlando, e ne è profondamente consapevole, per tutta la sua comunità, facendosi icona tangibile di un’impotenza diffusa che si rifugia nella preghiera e nell’attesa come ultimi baluardi di salvezza di fronte all’abisso.
La sua presenza in quel luogo spalanca l’ennesima finestra su un baratro fatto di disordini e proteste, in cui fanno capolino le 19 vittime secondo Pechino, 140 invece secondo le stime del governo in esilio a Dharamsala. Ne fanno parte i monaci braccati e picchiati, rinchiusi da due settimane nel segreto dei loro monasteri assediati da cordoni dei reparti speciali della polizia di Pechino in assetto antisommossa. E ne fa parte una città popolata da appena 100.000 tibetani e dal doppio di immigrati cinesi, quella Lhasa divenuta capitale in linea teorica di un Tibet militarmente occupato dalla Repubblica Popolare sin dal 1950, e da allora attraversato da profonde spaccature sociali, etniche, religiose.
Oltre quello che era un tempo un confine fra stati sovrani sta la Cina, che ha messo in piedi una task force di 26 giornalisti selezionati tra i corrispondenti stranieri a Pechino per effettuare un tour di tre giorni. 15 rappresentanti di una delegazione diplomatica mista avranno invece a disposizione 48 ore per cercare di far luce sui giorni della sommossa e della repressione. Ma nessun dialogo con il Dalai Lama. Non esiste e non può esistere alcun compromesso con la mente della rivolta, il sobillatore a capo di una cricca desiderosa di boicottare le Olimpiadi di agosto.
Così, mentre la guida spirituale rimarca il grande rancore cinese, in pochi credono ancora all’efficacia della diplomazia e della moderazione. Ancora meno sono quelli disposti a prestare orecchio alle dichiarazioni rese da Baema Chilain, vicepresidente cinese della regione tibetana autonoma, a proposito del prossimo rilascio dei 30 monaci arrestati per essersi rivolti alla delegazione di reporters denunciando i soprusi subìti ad opera della polizia di Pechino.
Pochissimi sono anche quelli che credono ai 200.000 yuan (poco più di 18.000 euro) promessi dal governo cinese alle famiglie dei civili morti negli scontri, o alle cure mediche gratuite previste dal sistema sanitario di Pechino per i feriti nei disordini. “Credo che tra poco rassegnerò completamente le dimissioni dalla mia carica, e lo farò volontariamente e con serenità” afferma in conferenza stampa il Lama. Mentre parla e si definisce “un mezzo pensionato” sorride vistosamente. Dal suo sguardo traspare ancora un velo di speranza, mentre altri 84 tibetani, in gran parte monaci, sono già stati tratti in arresto dalla polizia nepalese a Kathmandu, rei di aver organizzato una protesta di fronte all’ambasciata cinese.

Legalità è sviluppo

26 Marzo 2008

 

 


“Il nostro governo farà della lotta alla mafia, alla camorra, alla ‘ndrangheta uno dei suoi obiettivi principali. È una grande questione etica di fronte
alla quale fa paura il silenzio della politica nazionale”.

Così Walter Veltroni si rivolge a un gruppo di imprenditori, sindacalisti, amministratori di Caltanissetta. Le sue parole, pur pronunciate davanti ad una platea locale nell’ambito del “Giro dell’Italia nuova”, hanno una valenza nazionale.

Ad aprire Marco Venturi, della Confindustria locale e presidente della Camera di Commercio, che espone l’impegno contro la mafia: “Sono tre anni che l’imprenditoria forte e sana è in prima linea contro la mafia. L’11 settebre abbiamo chiesto di espellere gli imprenditori che non pagavano stipendi dignitosi. Non si può fare la cresta su stipendi di 1.000 euro, né lucrare sui dipendenti e sui fornitori”.

E rinforza: “Il 95% delle nostre aziende ha meno di 10 dipendenti, hanno bisogno di un sistema bancario efficiente, non di finanziamenti a pioggia. In Sicilia ci sono troppi enti inutili, un consorzio autostrade completamente inutile mentre non riusciamo neanche a portare l’acqua nelle province di Messina e Caltanissetta. Vorremmo avere le nuove tecnologie ma anche l’acqua dai rubinetti, le sorgenti ci sono, diamo l’acqua a i cittadini e alle imprese”.

Venturi ha scatenato gli applausi ribadendo che “non abbiamo bisogno del ponte ma dell’alta velocità per merci e persone. Perchè non possiamo essere gli svizzeri del sud? I nostri porti sono quelli del dopoguerra”.

Poi è stata la volta dell’ing. Manduca, presidente dei giovani con un accorato inno alla legalità: “Giriamo nelle scuole con i magistrati e il binomio è quello giusto. Non legalità e sviluppo ma legalità è sviluppo, spostiamo l’accento. Quel che manca è la certezza di cosa si può fare e cosa no. Dateci legalità e speranza”.

Michele Italiano è stato uno dei primi imprenditori agricoli della provincia a rifiutare di pagare il pizzo: “Dirigo l’antiracket ma ci tengo ad amministrare la mia cooperativa. Siamo stati vessati dal racket, poi i politici ci hanno appoggiato. Oggi c’è maturità tra gli imprenditori e le forze dell’ordine che ci ha permesso di venirne fuori. Gela si sta ribellando ma serve un incoraggiamento per chi ancora non denuncia la mafia.

E incoraggia: “Ogni nuova denuncia è simbolo di libertà, quella libertà che permetterà alla nostra regione, che produce il 40%d ei carciofi italiani di essere competitivi, ma ogni modifica che vogliamo fare siamo bloccati da lacci e lacciuoli. Basta pensare che in Olanda i produttori pagano il gasolio 21 cent e noi 60. La Sicilia vuole cambiare”.

Veltroni, esprimendo la soddisfazione mista alla rabbia che prova ogni qual volta visita la Sicilia, risponde con queste parole: “Penso che si può fare qui, dove le denunce sono un gesto coraggioso e responsabile anche se questo è un incubo per chi vive sotto la pressione del rack. C’è una Sicilia vera, grande, impotante, coraggiosia, che ha voglia di cambiare, che sta sotto la pelle di una Sicilia che se ne frega”.

E continua con un elogio alla terra siciliana. “Qui, dove sono successe cose importanti, le parole di Venturi, Italiano, Lobello sarebbero state difficili da ascoltare dieci anni fa. Libero Grassi era solo nella sua categoria, espellere chi paga è una scelta coraggiosa”.

Secondo Veltroni quello che non va in Sicilia “è la politica nei momenti di vischiosità, dove i poteri si scambiano, il voto di scambio è fatto di coincidenze: se tengo la società imbrigliata apro a te, mafia, un’autostrada verso il potere di ciontrolo”.

Quindi, secondo il segretario del PD, “è questa la pratica che va rotta ed è la mia ossessione per liberare le potenzialità del Paese. Se oggi i soldi finiscono in mille rivoli, senza programmazione e semplificazione la società smette di essere vitale, è per questo che il gap tra Sicilia e il resto d’Itialia ha numeri allucinanti come il 9% in più di povertà dal 2002 a oggi”.

Qui, aggiunge il candidato premier “si può fare una rivoluzione ambientale, la Sicilia può essere il prototipo dell’invenzione di forme di energia ecocompatibile, utilizzando il sole in grado di generare costi minori e maggior competitività. Non esiste sviluppo possibile senza combattere la mafia e viceversa. Il popolo siciliano è onesto, produttivo, deve combattere questo grumo che si è seduto sulle sue gambe e gli impedisce di agire. Facciamo della lotta per la leglòità una questiona nazionale, non regionale. Il merito e la capacità esistono dove esistono le opportunità, la mafia e i concorsi truccati seguono la stessa logia: negare i principi di legalità e trtaspareza e indicare altre vie”.

Conclude Veltroni: “Qualcuno dei nostri avversari ha detto: ‘Non dobbiamo trasmettere solo le caratteristiche negative della nostra terra come quando si è intitolato l’aeroporto di Palermo (Falcone e Borsellino, ndr)’. Non posso che una persona ragionevole abbbia detto queste cose.La sfida da vincere è quella di un patto tra produttori senza conflitti per tirare tutti dall stessa parte, quella dello Stato. E poi la Sicilia e l’Italia saranno libere”.

Il conflitto d’interesse: un motivo in più per impegnarci a vincere le elezioni 2008

22 Marzo 2008

IL CONFLITTO D’INTERESSE: UN MOTIVO IN PIU’ PER IMPEGNARCI A VINCERE LE ELEZIONI 2008

Se questo paese vuole ritenersi civile deve risolvere il problema del conflitto d’interesse.

Nel sito della “Freedom House” viene evidenziata la situazione della libertà di stampa in Italia.

Sotto il governo Berlusconi, negli anni che vanno dal 2004 al 2006 , l’Italia subisce una drastica diminuzione della libertà di stampa.

Riprendiamoci il diritto ad avere una stampa libera.

 

 

La rinascita dell’ Italia non riparte se non dalla legalità!

21 Marzo 2008

LA RINASCITA ECONOMICA ITALIANA A PARTIRE DA UNA MAGGIORE LEGALITA’

Da quando è partita la campagna elettorale 2008, il tema principale, e non potrebbe essere diversamente, è stato quello delle difficoltà economiche del nostro paese e delle cure migliori per riportare un livello di crescita accettabile.

Autorevoli esperti si sono affrontati per evidenziare i limiti del sistema Italia, offrendo, dal loro punto di vista, i rimedi curativi alla crisi italiana.

Uno dei temi che va sicuramente affrontato è quello che lega inevitabilmente legalità, sicurezza e sviluppo economico.

In Italia non ci sarà mai uno sviluppo economico importante fino a quando non verrà risolto il problema delle quattro regioni del sud d’Italia controllate dalla criminalità organizzata ed il problema di una finanza dalle irregolarità plateali, maggiormente diffusa nel nord del paese.

Il tutto connesso ad una situazione degenerata di una classe politica locale che, ormai, fa fatica a dividersi tra maggioranza e opposizione e che vive una condizione, dipinta da molte cronache giudiziarie come di tipo criminale, tristemente foriera di una criminogenesi messa in atto dalle istituzioni stesse.

A questo proposito riporto il parere di Luciano Gallino, per molti anni presidente dell’Associazione italiana di Sociologia: ”Questo è il paese dell’illegalità diffusa. Siamo un fenomeno quasi unico nelle società contemporanee. Basti pensare alla facilità con cui si perpetrano truffe ai danni delle assicurazioni. Un circolo vizioso che gli italiani non hanno avuto il coraggio e la forza di rompere anche perché l’illegalità diffusa garantisce molti vantaggi sociali”.

Dobbiamo creare le condizioni per ottenere maggiori vantaggi sociali nella legalità.

Anche lo stesso giudice Ferdinando Imposimato evidenzia che in Italia esiste “un atteggiamento apertamente indulgente nei confronti degli evasori fiscali, degli inquinatori, dei deturpatori del paesaggio, dei costruttori abusivi,dei corruttori e dei bancarottieri”.

Ferdinando Imposimato aggiunge poi che “ripugna al comune senso di giustizia constatare che sono in libertà, a godersi i frutti dei loro delitti, i responsabili di gravissime bancarotte che hanno defraudato di miliardi di euro piccoli risparmiatori. Mentre centinaia di anni di carcere sono inflitti in modo inesorabile a persone che spesso agiscono in stato di necessità…poi i gruppi più potenti hanno ottenuto dei provvedimenti legislativi che equivalgono all’amnistia. Infatti per la bancarotta fraudolenta la pena di 10 anni è stata ridotta a 4 anni“.

Quella della riduzione di pena per la bancarotta fraudolenta è stata una delle “riforme” del governo Berlusconi.

Tornando al problema dell’occupazione militare del Mezzogiorno da parte delle organizzazioni criminali, credo sia inutile istituire ulteriori fondi per l’incentivazione economica, è delittuoso dare il via alle grandi opere infrastrutturali fino a quando non è stata fatta chiarezza circa i rapporti tra politica e malaffare e il ruolo delle cosche mafiose nella gestione degli appalti.

Soltanto dopo una profonda bonifica delle istituzioni locali si può dare il via alla realizzazione dei progetti, far partire prima i progetti, senza una profonda azione di legalità, significa rischiare ( rischiare e basta?) di dare in regalo alle cosche i soldi di tanti onesti contribuenti.

Tutto dipende da una maggiore cultura della legalità e dei controlli e deve esserci uno sforzo maggiore da parte di tutti per ottenerla.

Lo sviluppo economico italiano non può che ripartire dalla legalità.

Vi rimando alle parole del giudice Ferdinando Imposimato.

A presto.

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