Archivio di Giugno 2008

Senza parole!

27 Giugno 2008

primopiano

  

“La schedatura dei bambini rom è una cosa assolutamente inaccettabile. Chiunque abbia avuto la possibilità di vivere vicino a quelle scuole nelle quali si fa faticosamente un processo di integrazione, sa che l’idea di tenere nella stessa classe due bambini, uno che deve mettere le impronte digitali e uno che non lo deve fare, è la testimonianza di un modo di concepire la convivenza tra le persone che per me è inaccettabile”. E’ durissima la critica sferrata dal segretario del PD Walter Veltroni nei confronti della proposta del ministro dell’Interno Roberto Maroni, che nei giorni scorsi ha ipotizzato di procedere ad “censimento” dei minori di etnia rom.“Questo – aggiunge Veltroni – contrasta con la normativa europea, contrasta con qualsiasi elementare ragione di umanità. Stiamo parlando di bambini di 6 o 7 anni che dovrebbero essere costretti, in ragione della loro identità, a mettere le loro impronte digitali. Ci sono altri modi per controllare e verificare che le famiglie non sfruttino questi bambini. L’idea di dividere i bambini sulla base della loro identità mi sembra che sia un altro passo verso il baratro”.

In effetti la proposta di Maroni ha provocato, per fortuna, non pochi malumori. Immediato è arrivato il monito da parte dell’Unione Europea, che ha fatto sapere, tramite un portavoce, al governo italiano che “prendere le impronte digitali di un gruppo etnico, all’interno della popolazione nazionale e di origine comunitaria che si trova in uno Stato membro, non è consentito dal diritto Ue”.

La valutazioni della Commissione europea non fanno altro che avallare quanto già dal punto di vista umano era da subito parsa una proposta del tutto sbagliata e intollerabile. “Le nostre preoccupazioni – ha affermato il ministro ombra dell’Interno Marco Minniti – e la nostra contrarietà alla iniziativa del ministro Maroni di prevedere l’obbligo di raccolta delle impronte digitali per i bambini rom sono confermate. E’ una iniziativa che non ha alcun precedente in Europa e che colloca l’Italia fuori da tutte le regole comunitarie”.

L’idea del Ministro Maroni di prendere le impronte digitali dei bambini rom incontra ancora una forte opposizione non solo all’interno della politica italiana, ora anche da parte della comunità europea. La decisione ha suscitato sgomento e preoccupazione, soprattutto perchè in questo modo il nuovo governo Berlusconi continua ad alimentare sentimenti xenofobi nella società italiana e soprattutto prosegue in annunci demagogici e populisti, capaci solo di far aumentare la paura e l’insicurezza nei cittadini.

Si sarà ispirato a Cesare Lombroso, noto criminologo forense e antropologo italiano, nel secolo scorso, il primo a sostenere che i criminali portano tratti anti-sociali dalla nascita, per via ereditaria? Forse, le intenzioni del Ministro risentono di una teoria ormai ripudiata dalla comunità scientifica, oltre che di una malcelata contrapposizione etnica. Perché se questo provvedimento è inserito nella più ampia iniziativa di censimento della popolazione nomade presente sul territorio, la mente dovrebbe ritornare al ventennio fascista, quando questo provvedimento era rivolto agli ebrei.

Sul tema è intervenuta anche Rosy Bindi, che non risparmia critiche alla proposta Maroni. Un duro attacco al provvedimento e all’azione del governo, che non solo dimostra sempre più spesso di ignorare i diritti e i principi fondamentali della Costituzione, ma mette anche in discussione “i fondamenti della legalità e della solidarietà”. La vicepresidente della Camera ha affermato che “il Ministro vuole prendere le impronte digitali ai bambini rom come se fossero incalliti criminali. E malgrado lo neghi, si tratterebbe davvero di una schedatura etnica, francamente inaccettabile”.

Critiche arrivano anche dalle organizzazioni internazionali. Il presidente di Unicef Italia, Vincenzo Spadafora, ha espresso “stupore e grave preoccupazione” per la proposta del ministro dell’Interno, che si augura essere solamente provocatoria e destinata a non avere seguito. Schedare i bambini rom equivarrebbe infatti ad una violazione del principio di uguaglianza contenuto nella nostra Costituzione, la cui tutela è estesa a tutti coloro che stanziano sul nostro territorio, non solo i cittadini italiani. Anche per questo il presidente di Unicef Italia si aspetta che il provvedimento venga ritirato. “il Governo italiano affronti le tematiche relative alla sicurezza senza trascurare i diritti dei bambini, tra cui quelli di essere tutelati e non essere discriminati, come ricorda la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, ratificata dall’Italia con legge n° 176 del 27 maggio 1991”.

L’attacco più duro alla proposta arriva però da Amos Luzzati, ex presidente dell’Ucei. “Prendere le impronte ai bambini, come vorrebbe Maroni, significa compiere una schedatura etnica. E questo è totalmente inaccettabile”, così come “inaccettabile” è il “segno razziale” di questa iniziativa”. “Perché, conclude l’esponente della comunità ebraica italiana, “ i bambini, tutti i bambini sono, fino a prova contraria, innocenti. L’Italia d oggi è purtroppo un paese senza memoria”.

Dopo la dura condanna da parte del PD, dell’Unicef e dell’Ucei, in una nota il Garante per la protezione dei dati personali fa sapere che nel rilevare le imponte digitali, ci sono “possibili problemi di discriminazione”. “Il Garante - si legge nella nota - per la protezione dei dati personali, rilevando che tali modalità (la rilevazione delle impronte digitali, estesa pure ai minori di comunità di nomadi, per finalità di identificazione o di censimento, ndr) potrebbero coinvolgere delicati problemi di discriminazione che possono toccare anche la dignità delle persone e specialmente dei minori, ha deliberato di chiedere informazioni alle Autorità competenti e in particolare ai Prefetti di Roma, Milano e Napoli”.

Verità & Bugie

24 Giugno 2008

primopiano

Il buco nei conti del Comune di Roma? Una delle più grandi bufale mediatiche costruite nel corso del tempo per ragioni politiche.
Walter Veltroni, segretario del partito Democratico ed ex sindaco di Roma ha smontato gli allarmi sul buco di 10 miliardi di euro (in allegato nella colonna a dessra le slide che spiegano come il buco non c’è) che, secondo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, Veltroni avrebbe lasciato in eredità al suo successore, Gianni Alemanno.”Il buco del Comune di Roma è una delle più grandi bufale mediatiche - ha detto il leader del PD durante una conferenza stampa - ho atteso che i fuochi delle polemiche si spegnessero, era tutto inverosimile e in effetti si stanno spegnendo. Ma si è varcato un limite con le dichiarazioni del Presidente del Consiglio. Se si vuole attaccare una persona, allora ero sindaco oggi capo dell’opposizione, lo facciano pure, ma se si attacca una città alla quale ho dedicato sette anni della mia vita, allora la cosa cambia segno”.Hanno infangato Roma. “Se avevano bisogno di soldi, i nuovi ammistratori non avevano bisogno di fare tutto questo can can. Hanno contribuito anche loro ad infangare l’immagine di Roma. Da settimane – ha aggiunto Veltroni - la capitale sta sui giornali senza che l’amministrazione reagisca anzi, l’amministrazione è buona parte di questa campagna. Da parte del PD c’è la disponibilità a collaborare ma è chiaro che si è trattato di una camapagna poltica, decisa dal presidente del Consiglio e subita dal sindaco, nata quando si è deciso di sferrare un attacco al capo dell’opposizione”.

Se i soldi dello Stato non arrivano la colpa è della destra. “Lo Stato non ha trasferito alla Regione Lazio i soldi che questa doveva girare al Comune di Roma, 257 milioni di euro. Ma solo perché la Regione ha un debito gigantesco di 10 miliardi, prodotto negli anni da un’amministrazione di centrodestra”. Poi c’è l’ICI: “Aggiungete un mancato gettito Ici sulla prima casa che toglierà al comune 200 milioni nella rata di giugno e altri 200 a dicembre. Decisione non certo presa da noi”.

I numeri. “L’ammontare del debito del Comune di Roma, secondo quanto certificato dalla Ragioneria generale dello Stato e dalle agenzie di rating come Standard and Poor’s è di 6,874 miliardi di euro. Esattamente la cifra che abbiamo sempre detto. In Italia - ha spiegato - alla fine del 2007 il debito è pari a 1.596,7 miliardi. Il debito del Comune di Roma ne è una parte corrispondente allo 0,43%”.

A Roma non c’è il deficit.Veltroni ha spiegato: “Il debito non è un buco, cioè non è deficit. Ma uno stock che si accumula anno dopo anno in relazione ai mutui e ai titoli che l’Amministrazione pubblica contrae e che dovrà ripagare in futuro”.
Insomma non c’è deficit “ma un debito pubblico che si accumula e che, comunque, per Roma è cresciuto negli ultimi anni meno di quanto è cresciuto il debito pubblico dello Stato e quello delle altre grandi città italiane. È inferiore, tanto per fare un esempio, a quello di Milano”.

Veltroni ha poi ricordato tutte le grandi opere avviate o completate. “E’ sbagliato conteggiare nel debito pubblico i finanziamenti attivati per realizzare gli investimenti, in particolare le metropolitane: si parla di 1,277 miliardi di euro”.

La lettera di Berlusconi a Schifani

18 Giugno 2008

La seguente lettera è tratta dal Blog di Grillo ed è riportata integralmente senza aggiunte nè omissioni.

“Il blog pubblica la lettera ufficiale, tenuta finora segreta, inviata da Berlusconi al suo portalettere Schifani. Uno scoop. Testa d’Asfalto e il Suo Riporto hanno poi concordato un testo per il Senato che avrebbe fatto impallidire Ceaucescu.”

“Caro Presidente,
come Le è noto stamane i relatori senatori Berselli e Vizzini, hanno presentato al cosiddetto ‘decreto sicurezza’ un emendamento volto a stabilire criteri di priorità per la trattazione dei processi più urgenti e che destano particolare allarme sociale. Le voglio sottolineare che i processi che mi riguardano non sono né urgenti, né destano alcun allarme sociale. Se così fosse i cittadini italiani non mi avrebbero eletto, altrimenti sarebbero dei fessi come in effetti sono. In tale emendamento si statuisce la assoluta necessità di offrire priorità di trattazione da parte dell’Autorità Giudiziaria ai reati più recenti anche in relazione alle modifiche operate in tema di giudizio direttissimo e di giudizio immediato.
La materia mi è ampiamente nota e ha mia approvazione disinteressata, lo posso testimoniare da prescritto a conoscenza dei fatti.
Questa sospensione di un anno consentirà alla magistratura di occuparsi dei reati più urgenti e non di quelli che riguardano la mia alta carica e nel frattempo al governo e al Parlamento di porre in essere le riforme strutturali necessarie per imprimere una effettiva accelerazione dei processi penali, pur nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali, eliminando la cronaca giudiziaria, incarcerando i giornalisti e, come extrema ratio per l’imputato, nel caso si tratti di Silvio Berlusconi, di ricusare i giudici.
I miei legali, che ho fatto eleggere per la mia necessaria protezione in Parlamento, mi hanno informato che tale previsione normativa sarebbe applicabile ad uno fra i molti fantasiosi processi (lo giuro sui miei figli, sono sempre stato all’oscuro dell’esistenza di questo Mills) che magistrati di estrema sinistra hanno intentato contro di me per fini di lotta politica. Lo dico a lei, in privato, sono i soliti comunisti di merda. Ho quindi preso visione della situazione processuale ed ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria. Sono innocente, Craxi è morto innocente, non sono stato iscritto alla P2, la tessera 1816 era intestata a un mio omonimo massone, piduista, golpista e puttaniere.
Proprio oggi, infatti, mi è stato reso noto e ciò sarà oggetto di una mia immediata dichiarazione di ricusazione, che la presidente di tale collegio ha ripetutamente e pubblicamente assunto posizioni di netto e violento contrasto con il governo che ho avuto l’onore di guidare dal 2001 al 2006, accusandomi espressamente e per iscritto, come qualche milione di italiani che sto intimidendo con i militari, di aver determinato atti legislativi a me favorevoli, che fra l’altro oggi si troverebbe a poter disapplicare.
Quindi, ancora una volta, secondo l’opposizione l’emendamento presentato dai due relatori della cui fedeltà sono certo, che è un provvedimento di legge a favore di tutta la collettività e che consentirà di offrire ai cittadini una risposta forte per i reati più gravi e più recenti, non dovrebbe essere approvato solo perchè si applicherebbe anche ad un processo nel quale sono ingiustamente e incredibilmente coinvolto. Questa è davvero una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale. Infatti la si può riscontrare solo nella Russia del mio amico Putin che mi ha fornito preziosi suggerimenti su come tacitare Travaglio.
Sono quindi assolutamente convinto, dopo essere stato aggredito con infiniti processi e migliaia di udienze che mi hanno gravato di enormi costi umani ed economici, ma che non sono mai riusciti a farmi entrare a San Vittore, che sia indispensabile introdurre anche nel nostro Paese quella norma di civiltà giuridica e di equilibrato assetto dei poteri che tutela le alte cariche dello Stato e degli organi costituzionali, sospendendo i processi e la relativa prescrizione, per la loro durata in carica. Questa norma è già stata riconosciuta come condivisibile in termini di principio anche dalla nostra Corte Costituzionale. In realtà non è così, ma come direbbe il mio ispiratore politico, grande uomo, grande italiano, di cui non voglio assolutamente condividere la fine a Piazzale Loreto, il Cavalier (anche lui!) Benito Mussolini, il mio grido di libertà è: “Me ne frego!”. La informo quindi che ordinerò ai miei impiegati del consiglio dei ministri di esprimere parere favorevole sull’emendamento in oggetto e di presentare un disegno di legge per evitare che si possa continuare ad utilizzare la giustizia contro chi è impegnato ai più alti livelli istituzionali nel servizio dello Stato anche se è un delinquente. Cinque anni da premier, sette da Presidente della Repubblica sono un lasso di tempo sufficiente per non farmi mai più processare.
Prima della lettura di questa importante missiva batta i tacchi e ordini il “Saluto al nuovo Duce”.”
Baciamo le mani, Silvio Berlusconi.

L’Italia come il Libano?

16 Giugno 2008

primopiano

Nelle città di ogni paese civile è la polizia a pattugliare le strade. In Italia invece no, saranno i militari a farlo, anche se l’esercito è assolutamente inadatto al compito che dovrà svolgere. Lo dico con rammarico: è la prima volta nella storia repubblicana che si arriva ad impiegare il nostro esercito per delle funzioni di ordine pubblico. Neppure durante gli anni di piombo si arrivò a tanto.
Valerio Pieroni da PdNetwork

L’esercito nelle strade. Ecco la soluzione che il governo di destra ha deciso di mettere in campo per risolvere l’emergenza sicurezza nel nostro Paese. Un’emergenza che, è doveroso ricordarlo, se in parte corrisponde davvero alle preoccupazioni e alle ansie della popolazione, in altra consistente parte è stata la stessa demagogica campagna della paura architettata dalla destra a creare. Il ministro leghista dell’Interno Roberto Maroni potrà quindi contare su 2.500 uomini dell’Esercito, messi a disposizione dal collega Ignazio La Russa, titolare della Difesa, per operazioni congiunte di “pattugliamento e perlustrazione nelle città e nelle aree metropolitane”. Lo stesso La Russa ha assicurato che il periodo di utilizzo dei nostri militari nelle città sarà limitato a un anno.

Dodici mesi di militarizzazione del territorio. L’Italia entra così nel gruppo ristretto dei Paesi in cui l’Esercito affianca e sostituisce le Forze dell’ordine in quei compiti per i quali le seconde, a differenza dei soldati, sono state addestrate. Diversamente da Paesi come la Colombia (citata come esempio dal ministro ombra Sergio Chiamparino) o come il Libano (come invece ci ha fatto notare Valerio Pieroni da PdNetwork), in Italia non c’è, fino a prova contraria, nessuna guerra civile in corso e neppure squadroni di terroristi nascosti nelle campagne, che minacciano costantemente la sicurezza dello Stato e dei cittadini. Se di guerra si può parlare, l’unica reale è quella che la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta hanno dichiarato alle istituzioni democratiche e contro la quale si è fatto troppo poco. E quel poco che si è fatto è stato inserito nell’ormai celebre “pacchetto sicurezza” per rispondere a precise proposte di legge recanti la firma del Partito Democratico.

Ma tant’è. Niente esercito a Scampia. Niente esercito a San Luca. Niente esercito a Corleone, dove il figlio di Totò Riina passeggia indisturbato a offrire caffé agli amici dopo essere uscito dal carcere. No, l’esercito dovrà essere schierato sotto le case della gente. Nelle città d’arte, nei quartieri popolari così come in quelli più residenziali. Servirà a qualcosa militarizzare le nostre città? Servirà a qualcosa continuare a cavalcare le paure della gente? Servirà a qualcosa diffondere un clima di terrore anche laddove il terrore non esiste? Avere i soldati nelle strade può significare più serenità peri cittadini? Secondo noi no.

Emblematico il commento del segretario del PD Walter Veltroni: “La decisione del governo di usare l’esercito nelle città italiane è sbagliata. Il tema della sicurezza è questione troppo delicato per essere affrontato solamente con annunci ad effetto che tra l’altro danno una immagine catastrofica del paese contribuendo a mortificare l’ottimo lavoro svolto dalle forze dell’ordine. La questione fondamentale è garantire la certezza della pena assicurando, nel contempo, alle stesse forze dell’ordine gli strumenti e le risorse necessarie per svolgere al meglio la loro preziosa opera in difesa dei cittadini”.

Il tema è stato affrontato anche dai ministri ombra di Interno e Difesa, Marco Minniti e Roberta Pinotti, che in una nota congiunta hanno ricordato come “neanche nei momenti più difficili della storia della nostra democrazia si è pensato di utilizzare l’esercito con funzioni di ordine pubblico nelle grandi città italiane. L’idea di utilizzare per la pubblica sicurezza un esercito totalmente professionale, addestrato per fare ben altre ed importanti cose, rischia di produrre una pericolosa confusione di ruoli e di funzioni. Vi è il pericolo di trasmettere l’idea di un paese non in grado di garantire per via ordinaria, impegnando le forze di polizia a tale scopo preposte, la sicurezza dei cittadini. E’ un atto che mette in imbarazzo le stesse forze di polizia, che non è certo il migliore biglietto da visita per il nostro Paese. Ci si muove – concludono – ancora in una logica puramente emergenziale non comprendendo che il tema della sicurezza ha bisogno di scelte strutturali che durino nel tempo. Una politica di sicurezza non si costruisce con un susseguirsi di annunci spesso contraddittori gli uni con gli altri. Insomma non si capisce che puntare sulla paura può servire anche a vincere le elezioni ma non a governare una grande democrazia occidentale

Gli obblighi della realtà

08 Giugno 2008

di GIUSEPPE D’AVANZO

“Dialogo” o “conflitto”. Politica e Magistratura sembrano non poter scorgere altri percorsi nel loro contraddittorio. Anche gli osservatori più attenti (non parlo dei “professionisti del rancore” dell’una o dell’altra riva) non riescono a liberarsi da un disegno convenzionale.

Sono prigionieri di una riduttiva rappresentazione. Così reclusi in quella formula da non cogliere il seme dell’insolita novità di questa stagione. Politica e Magistratura, nella crisi di credibilità in cui sono state precipitate dalla crisi dell’etica della responsabilità e dai deficit dell’etica dei principi, da un benpensantismo cinico e dall’astrattezza democratica, hanno la necessità di uscire dal vuoto che lascia i problemi perennemente irrisolti. Hanno bisogno di andare oltre lo iato tra il predicare e il fare. Hanno bisogno di concretezza per riconquistare - agli occhi del cittadino - credito, fiducia, pubblico favore, consenso.

“Necessità” e “concretezza”, allora, sono oggi le parole chiave del confronto tra Politica e Magistratura.
Berlusconi ha già governato per una legislatura e, in cinque anni, ha soltanto risolto con leggi ad personam i suoi grattacapi, lasciando la machina iustitiae nello stato di ferro storto e rugginoso che era. Ha preferito occuparsi dei magistrati e non dell’efficacia della funzione giudiziaria. Mai dell’utilità e della convenienza sociale di quel servizio pubblico. Dal loro canto, nell’aggressione all’ordine giudiziario, le toghe hanno trovato l’alibi buono per declinare la sacrosanta, irrinunciabile “autonomia e indipendenza” del magistrato come irresponsabilità e privilegio di casta. Questo è stato finora il “conflitto” e i tentativi di “dialogo” si sono consumati tutti nella cultura politica dominante della Prima Repubblica. Si è privilegiato la mediazione degli interessi, la contrattazione tra élites.


Ma in gioco era il potere, il primato nell’architettura costituzionale, e nessuno degli antagonisti aveva la possibilità di vincere una partita che si è protratta stancamente tra liti snervanti, continui negoziati, la disperazione quotidiana del cittadino che la sorte obbliga a varcare la soglia di un tribunale, come vittima o come imputato. La contesa ha soltanto peggiorato la crisi e lasciato sul terreno la credibilità sia della Politica che della Magistratura. Ora gli agonisti appaiono consapevoli di essere in un punto critico e il contraddittorio tra i due poteri sembra ispirato a un senso non mistificato del reale. Berlusconi ha promesso al Paese più sicurezza. È il suo cavallo di battaglia. È la carta vincente della sua offerta politica, ma anche quella che, se giocata male, può perderlo. Sa che non terrà fede al suo impegno se la giustizia non troverà una sua più moderna efficacia e funzionalità. A loro volta le toghe comprendono che, dinanzi alla percezione di insicurezza del Paese, conta poco il lamento, la protesta, la rivendicazione da consorteria, l’urlo o peggio lo sciopero. I cittadini chiedono che, per quel che compete alla giustizia, i magistrati offrano risultati tangibili e convincenti, senza più alibi e le toghe sanno che, se i risultati non verranno presto, c’è il rischio - lo ha detto un procuratore dinanzi al disastro della “monnezza” napoletana - che si vedano “i forconi” dinanzi ai palazzi di giustizia.

Accantonata la battaglia per il potere e per il primato, il confronto tra Governo, Parlamento e Ordine giudiziario si misura sull’efficacia delle proposte riformatrici. È vero, una densa aria ideologica accompagna le iniziative del governo (la clandestinità come reato; la prostituzione come vulnus alla pubblica moralità; le intercettazioni come esclusiva violazione della privacy e non come essenziale strumento investigativo). Non c’è dubbio che ci sia, a Palazzo Chigi, la pericolosa tentazione di sciogliere i nodi più intricati con un colpo di scure che liquida i diritti della persona e principi inalienabili della Carta Costituzionale. È una vocazione autoritaria, autenticamente di destra, che non va mai dimenticata. Richiede vigilanza, attenzione pubblica, controllo istituzionale. E tuttavia sarebbe una colpevole leggerezza non considerare la novità di stagione. È proprio il governo, che agita lo spettro della paura come “idea politica” e rassicura con annunci pubblici gli impulsi più elementari già sollecitati durante la campagna elettorale, a farsi pratico e cauto fino al ripensamento. Bossi non dice che il reato di clandestinità sia la soluzione delle difficoltà create dall’immigrazione. Sostiene pubblicamente che non si tratta altro che di “un messaggio”, quindi di comunicazione politica. È Berlusconi che raffredda l’animo dei suoi, eccitati dal reato di clandestinità. Non gli importa nulla dei principi, naturalmente. Gli interessa soltanto l’utilità di quella misura, e non l’afferra. “In Italia - ragiona - possono arrivare anche mille clandestini al giorno. Dovremmo prevedere magistrati capaci di esaminare i loro casi e carceri capaci di ospitali”. È una scena che non gli appare plausibile. “Sono circostanze che non hanno alcuna concretezza”, dice. È lo stesso canovaccio che utilizzano le toghe. Ci sarebbero molti argomenti per sostenere che il decreto con forza di legge preparato per Napoli e la Campania sia incostituzionale (prevede la creazione di un tribunale speciale), ma questa ragione non viene opposta dai magistrati. Preferiscono dimostrare come quel provvedimento rischi di non essere efficace: “Il giudice straordinario è quasi sempre un giudice improvvisato, tormentato e ritardato dai conflitti di competenza, incerto e disorientato dall’assenza di giurisprudenza”.

Sono condizioni che rendono incerta l’accusa, debole il giudizio, lentissimo l’iter processuale. A chi conviene? Anche per il delitto di ingresso illegale nel territorio dello Stato, i dubbi dei magistrati non sono chiusi nel cerchio stretto dei principi (che pure sono minacciati), ma nel campo largo e assai visibile della concreta effettualità di quel disegno di legge. “Nei piccoli uffici dell’Italia meridionale esposti all’immigrazione clandestina - dice l’associazione magistrati - è di fatto impossibile celebrare centinaia di udienze di convalida dell’arresto e tantomeno processi per direttissima”. Con una formula molto simile a quella di Berlusconi, le toghe avvertono che non ci sarebbe alcun reale, effettivo beneficio né per le espulsioni né per la riduzione del fenomeno. A chi conviene? Non conviene alla Politica che ha promesso di ridimensionare l’impatto dei migranti. Non conviene alla credibilità della Magistratura, da cui i cittadini si attendono che separi il grano dal loglio, i pochi che delinquono dai molti che lavorano.

Non bisogna dunque sottovalutare le coincidenze di metodo e di approccio che Politica e Magistratura verificano in questi giorni. Permettono di affrontare finalmente le concrete difficoltà che incontra la funzione giudiziaria (incertezza della pena, inadeguatezza del processo civile e penale, organizzazione dissennata degli uffici, procedure intricate, codici e reati ipertrofici). Lungo questa strada di “necessità” e “concretezza”, anche Berlusconi potrà comprendere (lo ha già fatto per l’immigrazione clandestina) come le mosse propagandistiche - se non davvero efficaci - non sono destinate a raccogliere consenso. I “giovani” di Confindustria possono anche spellarsi le mani all’annuncio che le intercettazioni saranno legittime soltanto per mafia e terrorismo, ma chi lo spiega poi ai risparmiatori, ai prigionieri della sanità del Mezzogiorno, alle imprese escluse dal mercato con l’abuso (per fare qualche esempio) che cancellare le intercettazioni per insider trading, corruzione, concussione diventa di fatto depenalizzare quei reati e inaugurare una “giustizia dei forti” e “un diritto del privilegio”? A chi conviene?