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ALFIO CARUSO - La Stampa 27 settembre 2008

Palermo - Le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino alla procura di Palermo gettano una nuova luce sulla trattativa segreta sviluppatasi fra lo Stato e l’Antistato nella primavera-estate del 1992. E già: finora la versione ufficiale raccontava che soltanto all’indomani della strage di via D’Amelio (19 luglio, massacro di Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina) i carabinieri contattarono Vito Ciancimino, l’ex sindaco di Palermo già condannato per reati di mafia. L’allora colonnello del Ros Mario Mori ha sempre affermato di aver incontrato Ciancimino ai primi di agosto nella sua abitazione romana di via San Sebastianello.

Massimo Ciancimino è stato un testimone molto attento di quel periodo: era diventato l’ombra del padre, l’esecutore di alcuni suoi disegni al punto che nel 2007 è stato condannato a oltre cinque anni di galera per averne riciclato il tesoro con la complicità d’insospettabili professionisti. Gli investigatori lo ritengono assai attendibile e per di più niente di quanto ha affermato è servito ad alleggerire la sua posizione processuale o ad allontanare la condanna a morte pronunciata sedici anni addietro da Riina. Ebbene Ciancimino ha messo a verbale che gli incontri con il capitano De Donno, il tramite iniziale, e il colonnello Mori incominciarono all’inizio di giugno e ben tre avvennero prima della mattanza di Borsellino e della scorta. Ma sono numerosi gli episodi rievocati da Ciancimino e ciascuno di essi contraddice quanto affermato fin qui dai rappresentanti delle istituzioni.Il primo appuntamento Ai primi di giugno del 1992, sul volo Palermo-Roma, Ciancimino jr s’imbatte nel capitano De Donno, conosciuto durante gli interrogatori di Falcone al genitore. Ottenuti dalla hostess due posti contigui, De Donno domanda a Massimo se al padre può interessare una chiacchierata con lui. Il vecchio Ciancimino chiede di conoscerne in anticipo il contenuto. De Donno rivela a Massimo che si punta alla cattura dei boss latitanti: naturalmente, avrebbe aggiunto il capitano, se tuo padre ci aiuta, noi vedremo di fargli trarre qualche beneficio.Appreso di che cosa si tratta, Vito Ciancimino rientra di corsa a Palermo. Contatta qualcuno? Cerca un’autorizzazione? Massimo informa De Donno che l’aspetta a Roma. Lo Stato e l’Antistato s’incontrano nel salone dell’appartamento di via San Sebastianello seguendo una prassi battezzata nel 1950 allorché bisognò ingabbiare Salvatore Giuliano. Massimo viene relegato in un’altra stanza e convocato dopo un’ora e mezzo per accompagnare il capitano alla porta.Tre giorni più tardi, intorno alla fine di giugno, De Donno si presenta con il colonnello Mori. Stavolta il colloquio dura un paio di ore. Alla fine Mori raccomanda a Massimo di essere prudente nei suoi spostamenti siciliani, mentre il padre gli svela che il colonnello ha chiesto la cattura dei superlatitanti. Si può fare, è il suo giudizio lapidario. E il pensiero corre a Totò Riina, con il quale Ciancimino mai si è inteso, non certo a Provenzano, di cui è il principale consigliere politico. Un’amicizia cominciata a Corleone quando Vito impartiva lezioni di matematica al piccolo Binnu con l’aggiunta dello scappellotto in caso di errori o disattenzioni.Ciancimino torna a Palermo e nella casa sulla curva di Monte Pellegrino riceve una persona distinta, coperta da omissis, che gli consegna la busta contenente il foglio con le dodici richieste di Cosa Nostra per non compiere più attentati. È il famoso papello scritto a penna. Leggendolo, a Ciancimino sfugge un’imprecazione: è il solito testa di minchia, riferendosi all’autore. Secondo Massimo il padre aveva subito riconosciuto che si trattava di Riina. Davanti alle insistenze dei sostituti procuratori, Massimo chiarisce che al padre bastava leggere una frase per capire se l’aveva scritta Riina o Provenzano.Ciancimino spiega al figlio che di quelle dodici richieste, tre-quattro sono trattabili, ma le altre proprio no. Anzi, sospetta che siano state inserite per mandare a gambe all’aria ogni possibilità d’intesa. Comunque spiega di dover avvisare Mori, benché preveda di essere spedito a quel paese.Dodici richieste Con il papello in tasca Ciancimino risale a Roma. Massimo convoca di nuovo De Donno, che spunta assieme a Mori. Al colonnello viene mostrato il foglio con le dodici richieste, circostanza sempre negata da Mori, il quale avrebbe ribattuto domandando la consegna di Riina. A questo punto si conclude la prima parte della trattativa, la quale riparte dopo il macello di via D’Amelio. Alla ripresa avviene però un cambiamento importante: esce di scena il dottor Nino Cinà - indicato con il nome in codice di dottor Iolanda, il neurologo al servizio della mafia costretto a barcamenarsi fra l’incudine (Provenzano) e il martello (Riina) - e vi subentra Binnu in persona. Massimo spiega che con l’eliminazione di Borsellino suo padre e Provenzano avevano capito che Riina andava neutralizzato. Addirittura Massimo sostiene che Provenzano abbandoni il rifugio sicuro in Germania e ricompaia in Sicilia.Cambia anche la finalità della trattativa: anziché la resa di Cosa Nostra con la consegna dei superlatitanti, la cattura di Totò Riina.Ciancimino riceve da Provenzano diversi pizzini scritti a penna: dopo averli letti li strappa minuziosamente. Allora si fa consegnare da De Donno alcune piantine topografiche gialle e verdi di Palermo e su una di queste segna la zona dov’è nascosto Totò u’ curtu. Ciancimino jr dice ai magistrati che il padre raccolse quest’informazione in ventiquattr’ore prima di consegnare la mappa a De Donno nell’ultimo incontro in casa. Il 19 dicembre è arrestato Ciancimino, il 15 gennaio 1993 tocca a Riina. Ufficialmente grazie a Balduccio Di Maggio, che riconosce moglie e figlia del capo dei capi nelle riprese filmate di nascosto dai carabinieri del capitano Ultimo.Quanto fin qui dichiarato da Massimo Ciancimino s’incastona alla perfezione con un vecchio verbale di Nino Giuffrè, boss di Cacciamo, uno dei bracci sinistri di Provenzano ammanettato nel 2002 e immediatamente divenuto collaboratore di giustizia. Giuffrè rammentò che nel gennaio ’93 zu Binnu gli aveva detto di non preoccuparsi delle confidenze di Ciancimino ai carabinieri: era in missione per conto di Cosa Nostra. E sulla cattura di Riina pronunciò frasi che oggi assumono un valore particolare: Provenzano aveva le spalle coperte da una divinità e ogni tanto a questa divinità doveva offrire sacrifici umani. Nelle parole di Giuffrè pure la mancata perquisizione della villa di via Bernini faceva parte dell’accordo: acchiapparono Totò in strada - è la sua tesi - per lasciare il tempo a noi altri di far sparire dalla casa documenti, lettere, bigliettini.Così Provenzano, garante di una mafia che non sfiderà più lo Stato, s’incammina verso il potere assoluto. All’interno delle famiglie si diffonde la voce che sia un confidente degli sbirri cu’ giummu (i carabinieri), lui mostra di riderci sopra. Cadono Bagarella e Brusca, gli ultimi alleati di Riina; Messina Denaro s’isola nel suo feudo trapanese; Provenzano assicura gli accoliti che in dieci anni la situazione cambierà, promette di trovare nuovi interlocutori nella politica. Fa sua la famosa battuta di Badalamenti: Cosa Nostra per prosperare dev’essere governativa come la Fiat.Ma le rievocazioni di Ciancimino jr riaprono anche il lato oscuro dell’assassinio di Borsellino. Dopo sedici anni sono ancora ignoti il movente preciso, l’esecutore, il luogo da dove fu azionato il timer. E se Borsellino avesse avuto sentore della trattativa in corso fra lo Stato e l’Antistato? E se l’Antistato avesse deciso di eliminare un ostacolo a questa trattativa?

ALFIO CARUSOIN LA STAMPA, 27 SETTEMBRE 2008

 

La RTO, l’Organizzazione per la Ricerca e la Tecnologia della NATO è il centro di convergenza delle attività di ricerche/tecnologiche (R&T) per la difesa in seno della NATO. L’Operazione Terrestre o Operazione Urbana (UO-2020) all’orizzonte dell’anno 2020 è uno studio che esamina la natura probabile dei campi di battaglia, i tipi di forze terrestri le loro caratteristiche e capacità. Lo studio ipotizza l’andamento della popolazione mondiale entro l’anno 2020. Entro questa data il 70% della popolazione mondiale vivrà all’interno di zone urbane. Il numero delle persone nel mondo supererà i 7,5 miliardi e ciò sarà causa di una spaventosa crescita demografica nelle città e/o metropoli incrementando l’urbanizzazione, provocando povertà, scontri e tensioni sociali. La necessità di una presenza (militare) massiccia e dominante, tanto morale quanto psicologica, spesso su periodi di tempo prolungati, resterà una caratteristica unica e persistente delle Operazioni Urbane. Questa necessità entrerà nel conflitto attraverso la domanda pressante da parte del mondo politico e del grande pubblico per azioni rapide, decisive e chirurgiche… Ricapitolando: - le guerre future saranno all’interno delle città; - avremo eserciti lungo le strade (NATO o forze militari preposte); - dal punto di vista psicologico sarà normalissimo avere militari armati in città; - politici e cittadini richiederanno l’intervento dell’esercito; - le forze militari utilizzeranno ogni sorta di arma (letale e “non-letale” ad alta energia); - sommosse, scontri sociali, manifestazioni potranno essere sedate dall’esercito… - stiamo andando verso la costituzione di uno “Stato militarizzato”.

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Esercito a pattugliare le strade delle grandi città. Ma solo per pochi mesi? Antonio Camuso – Osservatorio sui Balcani – 25 giugno 2008 Manovra propagandistica del governo Berlusconi o naturale conseguenza di piani decisi da oltre dieci anni da alcuni paesi della NATO? Questa affermazione non è l’ennesimo tentativo maldestro di voler accollare a carico dell’Alleanza militare occidentale oscuri disegni di militarizzazione della nostra società, bensì il frutto di nostre ricerche su alcuni progetti, condotti sotto la guida del Pentagono e riguardanti l’uso degli eserciti nelle megalopoli del futuro.Si tratta del lavoro di esperti NATO UO 2020 nel gruppo di studio SAS 30 Urban Operation in the year 2020 , al quale partecipano dal 1998 esperti di sette Nazioni della NATO ( Italia, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Stati Uniti d’America ) e che ha gettato le basi per l’evoluzione dell’impiego dello strumento militare nello scenario più probabile del prossimo futuro. Lo studio NATO U.O. (Urban Operations) 2020 Questo studio, ultimato negli ultimi mesi del 2002 e reso pubblico nei primi mesi del 2003, prima della guerra in Iraq, rende esplicito come in maniera omogenea il nocciolo duro del militarismo mondiale ritiene più che probabile le città del futuro come campo della Battaglia Finale, quella per la sopravvivenza del sistema capitalista e che il ruolo dello strumento militare avrà un carattere dominante anche in quelle che sembrerebbero essere normali operazioni di polizia urbana. E’ l’ambiente urbanizzato che si qualifica come il contesto nel quale l’Umanità del ventunesimo secolo condurrà una difficile vita: le sterminate megalopoli abitate da decine, se non centinaia, di milioni di esseri umani concentreranno nel loro interno tutte le contraddizioni della società capitalista allo stadio supremo. Differenze di classe e azzeramento dei servizi sociali capaci di attutire il senso diffuso di ingiustizia, degradamento delle complesse regole di interazione tra diversi strati della popolazione, scarsità di cibo e di lavoro genereranno forti conflitti tra diversi strati sociali,coinvolgendo il sistema statale locale e/o organismi e attività multinazionali In questo contesto che le normali forze di polizia non saranno in grado di condurre operazioni tra folle “ostili” o semplicemente “complici” dei nemici da colpire e neutralizzare senza il rischio di forti perdite o addirittura ritirate catastrofiche da banlieus in fiamme. Rischi di effetto domino su scala mondiale con scene di folle tumultuanti, affamate e disperate che assaltano centri commerciali, quartieri dell’alta borghesia e centri di potere provocherebbe il panico nell’intero sistema capitalistico. L’invio dell’esercito condotto con armi tradizionali e all’ultimo momento potrebbe essere addirittura controproducente scatenando ancor più le folle e i partiti di opposizione.Per questo motivo nello studio UO2020 si consiglia così di iniziare gradatamente in base alle necessità ad utilizzare l’esercito in funzione di ordine pubblico man mano che la crisi mondiale quella che è ipotizzata per il 2020, si avvicina. Piccoli interventi crescono. Nel frattempo ogni paese aderente a questo gruppo compresa l’Italia deve finalizzare reparti appositi che si specializzino per condurre le operazioni di contenimento delle folle e di controllo del territorio compresi i rastrellamenti a caccia di sovversivi ed agitatori nei quartieri. Il ruolo italiano nella costituzione dell’esercito internazionale antisommossa L’Italia in questo campo ha proposto la possibilità di sviluppare nuove specializzazioni e di preparare personale addestrato a muoversi e combattere negli ambienti urbani ove occorre isolare quartieri, edifici, abitazioni, ma anche padroneggiare gli impianti di comunicazioni e distribuzione dell’energia e dell’acqua. In effetti l’Italia è considerata da USA e Gran Bretagna come uno di migliori fornitori di personale addestrato ad operazioni antisommossa a partire dai reparti dei Carabinieri che sono inquadrati, principalmente nell’area balcanica nelle MSU. Da quando l’Italia si è impegnata a fornire personale nelle guerre umanitarie, aree militari sono state attrezzate per ricostruire ambienti urbani e rurali dove si addestrano carabinieri, parà, assaltatori e bersaglieri che vanno ad operare all’estero, mentre gli stessi reparti di polizia militare sono addestrati realmente, nell’ambiente metropolitano, con l’impiego di ordine pubblico quotidiano sul territorio nazionale e sono gli stessi che presto grazie al nuovo decreto sulla sicurezza del governo berlusconi vedremo operare nelle grandi città e a guardia di siti di rilevanza nazionale: discariche centrali nucleari in costruzione, termovalorizzatori ecc.Addestramenti sul territorio nazionale sono stati condotti da tempo come per esempio quello del 28 febbraio 2003 che si concludeva presso il Centro di Addestramento alle CRO (Crises Response Operation/Operazioni di risposta alle crisi) di Cesano con la certificazione del 2° Corso per Istruttori della Forza Armata di “Controllo della folla” . Corso svolto alle porte della capitale dal 17 al 28 febbraio condotto da istruttori della 2a Brigata mobile dei Carabinieri a cui hanno preso parte 7 Ufficiali, 19 Sottufficiali e 3 Vfb. E in cui a far da comparse nel ruolo dei sovversivi tumultuanti c’erano 50 Volontari in Ferma annuale del 7° Reggimento Bersaglieri. La ricerca ossessiva di sistemi di controllo della popolazione ha nello studio NATO UO2020 alcune parziali risposte di natura tecnologica. Il Reparto Logistico - Progetto tecnologie avanzate. Nello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano è il Reparto Logistico- Progetto tecnologie avanzate che sta curando l’applicazione di quanto appreso nel Gruppo di lavoro NATO Urban operations 2020.Lo Scenario URBAN WARFARE coniugato alla lotta al terrorismo globale, ovvero a tutto ciò che potrebbe essere pericoloso all’Impero Globale è affrontato su tutti i suoi aspetti, fuorchè le motivazioni che potrebbero essere le radici di forme di contestazione “estreme” , quale anche quella del passaggio dalla opposizione politica a quella armata. I ROBOCOP imperiali. Il futuro soldato che l’Esercito Italiano impiegherà per le operazioni urbane sarà dotato oltre che da armi convenzionali ultratecnologiche, come già spiegato nel paragrafo “il sistema soldato”, anche di sistemi d’arma bivalenti letali /non letali. E’ un esigenza che nasce dalle numerose operazioni di “guerra umanitaria” nelle quali il nostro esercito da oltre un decennio è pienamente coinvolto con le operazioni all’estero, ma anche dall’esperienza di operazioni di polizia ed ordine pubblico interno nelle quali esso si è trovato a collaborare con altre forze di polizia ( es. Vespri siciliani) o operare autonomamente (operazioni antimmigrazioni controllo coste del Salento)od infine in occasione di summit internazionali (es. Genova 2001 o Pratica di Mare 2003). Il programma armi non letali. Nel programma “non lethal weapons” redatto dallo Stato Maggiore Esercito sono previste le forniture ai reparti di una nuova famiglia di bombolette spray al peperoncino di diverse dimensioni e portata, tali da essere utilizzate efficacemente contro gruppi composti da numerose persone o contro singoli. Queste bombolette diventeranno così una dotazione base montata sui mezzi dell’esercito, blindati, carri armati, jeep ma anche come “arma da fianco” per ogni singolo soldato impiegato in “operazioni umanitarie”.Con queste specifiche l’esercito italiano sta finanziando piani di ricerca e sviluppo in collaborazione con le industrie interessate sia italiane che estere. Per le operazioni antisommossa e di controllo urbano lo stato maggiore dell’esercito italiano sta definendo un programma di sviluppo di armi letali/non letali, in particolare fucili automatici dotati di puntamento ottico, che farebbero uso di “proiettili ad alta deformabilità e ad energia cinetica costante.”A causa di problemi di bilancio solo poche risorse finanziarie sono state potute esser destinate a questi avveniristici progetti, ma ora che con il plauso del parlamento e dell’opinione pubblica spaventata da clandestini e microcriminalità, vedremo i blindati dell’esercito aggirarsi per i nostri quartieri, le richieste di migliori e più consone dotazioni si faranno pressanti. Grandi affari quindi per le industrie che con molta discrezione da 10 anni (con l’assenso di governi di centro sinistra e centrodestra succedutisi alternativamente) a questa parte stanno tessendo una lunga rete trasversale di simpatie e di interessi e che non vedono l’ora di mostrare l’efficacia dei nuovi prodotti sui corpi di clandestini, accattoni, prostitute, drogati e scippatori, prima o poi su sovversivi contestatori di una società che produrrà miliardi di diseredati e un pugno di nababbi, infine sull’umanità sofferente del terzo millennio. Antonio Camuso OSSERVATORIO SUI BALCANI DI BRINDISI Stralcio e integrazione di uno studio sulla militarizzazione nelle megalopoli del futuro, ad opera dello stesso autore

Pubblico un documento tratto dal sito www.oikos.org, soltanto per muovere gli Ardimentosi alla riflessione circa la validità delle fonti di informazione.

Dando per scontato la validità delle fonti ufficiali d’Informazione, proviamo ad abituarci a svelare gli arcani.Una notizia può essere vera e falsa allo stesso tempo, svelare poi gli interessi che stanno dietro credo sia un dovere morale adatto a pochi.Ezio Cardarelli

Gli argomenti dei dissidenti

 

Charles ThomasProfessore di biochimica ad Harvard:“Nella pubblica opinione è ampiamente diffusa l’idea che il retrovirus chiamato HIV causa il gruppo di malattie chiamate AIDS. Molti biomedici adesso mettono in dubbio quest’ipotesi. Proponiamo che un’approfondita riconsiderazione delle prove esistenti a favore e contro quest’ipotesi, sia condotta da un adeguato gruppo indipendente.” [1]Professor Serge LangYale University:“Non esiste nemmeno una singola definizione appropriata dell’AIDS sulla quale discorsi o statistiche si possano verosimilmente basare… il CDC chiama queste malattie AIDS solo quando anticorpi dell’HIV sono presenti in maniera accertata o presunta. Se una persona risulta sieronegativa, a queste malattie viene dato un altro nome.” [6]Walter GilbertPremio Nobel per la chimica nel 1980, professore di biologia molecolare ad Harvard:[parlando di Peter Duesberg] “è assolutamente corretto nell’affermare che nessuno ha dimostrato che l’AIDS sia causato dal virus dell’AIDS. Ed è assolutamente giusto che i virus coltivati in laboratorio non possono essere la causa dell’AIDS…. Non sarei assolutamente sorpreso se ci fossero altre cause per l’AIDS e che persino l’HIV non fosse coinvolto” [1]Dr. Joseph SonnabendMicrobiologo“Non c’è alcun agente eziologico specifico dell’AIDS… la malattia insorge come risultato di processi cumulativi a seguito di un periodo di esposizione a molteplici fattori ambientali” [1]Dr. Albert SabinScopritore del vaccino antipoliomielite (National Health Institute):“L’attuale campagna di educazione e prevenzione si basa sull’asserto che ogni sieropositivo può essere considerato agente di contagio, ma di questo non c’è alcuna prova” [1]Robert Root - BernsteinScienziato molecolare, autore di Discovery e Rethinking AIDS:“Eravamo abituati a credere di sapere che tutti siano ugualmente a rischio HIV o AIDS, e che un’epidemia eterosessuale fosse inevitabile. Ma l’epidemilogia dell’AIDS deve ancora fornire prove consistenti per tale ipotesi.” [9]Peter DuesbergRetrovirologo, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze:“L’HIV è solo un latente, e perfettamente inoffensivo retrovirus di cui molti, ma non tutti, i malati di AIDS, possono essere portatori. Dire che l’HIV è la causa dell’AIDS significa mettere da parte tutto ciò che sappiamo sui retrovirus… La teoria dell’HIV è inconsistente, assurda e paradossale.” [11]Llaila O.AfrikaAutore di African Holistic Health e Nutricide:” Un virus dell’AIDS è una particella della cellula umana. Non può mangiare, riprodursi, crescere, muoversi, attaccare o essere attccato, non è una pianta o un animale e non è vivente. Un virus non è attivo un mese e inattivo (dorme) il successivo, e nemmeno dorme fra i due o i cinque anni prima di attaccare la persona.” [13]Harry RubinRetrovirologo, membro dell’Accademia Nazionale delle Scienze :“Non penso che sia stata trovata la causa dell’AIDS. Penso che in una malattia così complessa vi siano, verosimilmente, cause multiple. Di fatto, chiamarla una malattia singola quando presenta manifestazioni così diverse, mi sembra un’esemplificazione eccessiva.” [17]Dr. Robert E. WillnerAutore di Inganno Mortale:” La maggior parte delle morti per AIDS controllate dai medici sono state provocate del tutto o in parte dal farmaco letale AZT. In molti casi il farmaco è stato dato a individui perfettamente sani e normali che erano terrorizzati… dopo l’inaffidabile test di sieropositività.” [3]Dr.Richard BeltzInventore dell’AZT (azidotimina):“L’AZT non aveva prospettive per due ragioni: i miei studi hanno mostrato che era cancerogeno in ogni dosaggio e che era troppo tossico anche per usi di breve periodo.” [5]John LauritsenAutore de La guerra dell’AIDS:” Si proclama che l’AZT salva la vita. E ancora adesso la maggior parte del credito che gli si dà è basato sugli esperimenti della III fase che erano pieni di crepe e completamente senza valore” [5]Dr. Rachel BaggaleyBritish health advisor:” Nessuno in Zambia muore mai di AIDS. Dicono che è per malaria, febbre o tubercolosi.” [4]Neville HodgkinsonAutore del London Sunday Times:Un nuovo autorevole studio ha messo in luce l’energica evidenza che il test dell’AIDS non ha valore scientifico, confondendo milioni di persone nel fargli credere che sono sieropositive quando non è vero che sono colpite dal virus.. Si è accresciuta la preoccupazione che l’esplosione dell’AIDS in Africa sia stata selvaggiamente esagerata.” [7]Kary MullisInventore del test PCR, Premio Nobel per la Chimica nel 1993:“Hanno considerato il gran numero di persone sieropositive (in Africa) prima di accorgersi che gli anticorpi della malaria - che in Africa hanno tutti - si mostrano nei test come ‘positivi all’HIV’.” [8]PhillipE. JohnsonGiornalista:“Ai giornalisti che si occupano di storie di AIDS, un gruppo di eminenti scienziati ha detto che non c’è alcun dubbio che il mondo è minacciato della catastrofica piaga dell’AIDS, e mettere in discussione questo fatto è tanto razionale quanto dire che la Terra è piatta.”John Lauritsen,Autore di The Great AIDS Hoax:“…L’AIDS non è ne nuovo ne’ unico, ma è stato inventato come parola-ombrello per coprire un complesso di malattie, alcune delle quali erano già state descritte dalla medicina nel 1539.” [12]GlaxoWellcomeCasa farmaceutica che produce il Retrovir (AZT):“ATTENZIONE il Retrovir (zidovudina) può causare tossicità ematica (avvelenamento del sangue ndr) compreso la granulocipetomia e gravi anemie, particolarmente in pazienti con malattie ha HIV in fase avanzata. La piena innocuità e il profilo di efficienza del Retrovir, non è stata ben definita, particolarmente nei confronti di individui affetti da HIV con minor avanzamento della malattia.” [14]Elinor Burkett,Autrice di The Greatest Show on Earth(parlando dell’”industria dell’AIDS”: “… un insieme di certi dottori, politici, ricercatori negli enti governativi, assicuratori, leader di comunità gay, funzionari del CDC, burocrati delle assicurazioni sanitarie e funerarie, media… tutti quelli che possono aver intascato, o essere stati puniti, o confusi, o aver soggiaciuto all’avidità e all’egoismo.” Tom Bethell, ricercatore alla Hoover Institution:” Il fatto è che, adesso ne sono convinto, che l’AIDS non è affatto una malattia: è un programma di governo.” [16]Dr. Charles Geshekterprofessore di storia alla California University, Chico:“Un rapporto del 1994 nel Journal of Infection Diseases (rivista delle malattie infettive ndt) ha concluso che il test HIV è stato inutile in Africa, ove i germi responsabili della tubercolosi, malaria, lebbra sono così diffusi che hanno contribuito a dare oltre il 70% di falsi sieropositivi…. in persone i cui sistemi immunitari sono compromessi per altre ragioni che non l’HIV…” [18]Rep. Gil GutknechtU.S. House of Representatives, membro del Comitato sulla Scienza:” Considerando che esiste una limitata prova scientifica dell’esatto legame tra HIV e AIDS, è forse etico prescrivere AZT, un distruttore del DNA utilizzato 30 anni fa come chemioterapico per il cancro, a 150 mila Americani, tra i quali donne incinte e neonati, come farmaco anti HIV?” [19]Elliot FoxGiornalista, fondatore dell’Associazione per il riesame dell’AIDS:” AIDS, la Waterloo del complesso delle industrie farmaceutiche, è stato descritto come derivante da un virus, a dispetto della più che provata evidenza del contrario, scoperto da test su anticorpi che si sono dimostrati grossolanamente inaccurati, e curato da farmaci incredibilmente tossici che sono stati definitivamente definiti come responsabili della sindrome,” [20]Jon RappaportCommentatore, giornalista, autore di AIDS, Inc.:“Un sacco di gente è cosciente che l’HIV è una burla e che l’AZT uccide la gente…. Molta gente si sta accorgendo che questo non è il comportamento di un male contagioso.” [21]NOTE[1] WHY WE WILL NEVER WIN THE WAR ON AIDS by Bryan J. Ellison & Peter H. Duesberg, Inside Story Communications, 1994[2] Policy Review, Fall 1990, pp. 76-77, see quotation by Dr. Shyh Ching-Lo[3] MEDICAL DOCTOR PUTS HIS LIFE ON THE LINE TO PROVE SEX & HIV DO NOT CAUSE AIDS, broadsheet by Frank Prescott[4] WHEN AIDS FIGHT COLLIDES WITH CULTURE, San Francisco Examiner, July 2, 1995[5] From a broadsheet published by the HEAL Organization, 11684 Ventura Blvd, Studio City, CA 91604, (213)896-8260[6] YALE SCIENTIFIC, Fall 1994, cover story, pp. 8-23[7] RESEARCH DISPUTES EPIDEMIC OF AIDS, by Neville Hodgkinson, Sunday London Times, May 22, 1994, p. 24[8] Interview in California Monthly, September 1994, p. 21[9] AGENDA FOR U.S. AIDS RESEARCH IS DUE FOR A COMPLETE OVERHAUL, The Scientist, April 4, 1994[10] AIDS AND THE DOG THAT DIDN’T BARK by Phillip E. Johnson, Insight on the News, Feb. 14, 1994, pp. 24-26[11] Interview with Peter Duesberg, Spin Magazine, January 1987[12] THE GREAT AIDS HOAX by T.C. Fry, Health Excellence Systems, 1989[13] NUTRICIDE by Llaila O. Afrika, Golden Seal 1995[14] Advertisement appearing in Los Angeles Times, Dec. 26, 1995[15] A HOWL OF ANGER by Bettijane Levine, Los Angeles Times, Nov. 27, 1995[16] WHAT CAUSES AIDS?: THE DEBATE CONTINUES, a collection of scientists debate the HIV causation issue, Reason Magazine, Dec. 1994, pp. 32-41[17] THE AIDS CATCH, Meditel Productions, BBC film documentary, 1990[18] LINKING HUMAN RIGHTS TO HEALTH CARE IN AFRICA: HOW ‘AIDS HYSTERIA’ HINDERS EFFECTIVE POLICY FORMULATION by Charles L. Geshekter, 76thAnnual Meeting of the Pacific Division/American Association for the Advancement of Science, June 18-22, 1995[19] Letter to Dr. Anthony Fauci of the National Institutes of Health, March 24, 1995[20] BEYOND AIDS: THE REAL HEALTH EPIDEMIC IS IATROGENIC by Elliot Fox, Awareness Magazine,July/Aug. 1995, p. 31[21] JON RAPPOPORT: RENAISSANCE MAN by Mark Gabrish Conlan, Awareness Magazine, July/August 1995, p.30

 

 

IDEE PER UNA SICUREZZA MODERNA

di Ezio CardarelliIn una moderna democrazia il problema della sicurezza è uno dei problemi più sentiti; sentirsi insicuri in uno Stato democratico e richiamare l’attenzione circa la necessità di un maggior inasprimento delle pene e dei controlli è quasi fisiologico. Oggi tutti gli Stati europei stanno affrontando questo problema. Esistono dei concetti che vanno messi subito in chiaro però. Uno dei concetti che va subito sottolineato è quello secondo il quale negli Stati democratici l’incidenza criminale è più alta che negli Stati autoritari.Uno Stato autoritario raggiunge un più alto livello di sicurezza a patto di mettere da parte i diritti degli uomini, aumentando le limitazioni delle libertà personali. Diminuisce la percentuale di crimini al diminuire della libertà personale, generando uno stato delle cose più sicuro ma di fatto meno libero. La diminuzione del dato crminale mai e poi mai sarà però troppo vicina allo zero. Ma siamo sicuri poi che si tratta di una maggiore sicurezza e non di un maggior controllo sociale a tutela delle oligarchie di potere? Perché purtroppo le oligarchie di potere sono presenti sempre, anche nelle democrazie più sviluppate, tanto da minare l’essenza della democrazie stessa. Si deve quindi , una volta accettato questo dato, porre in essere degli studi di settore per poter limitare il nascere di situazioni criminogenetiche e quindi di conseguenza di criminalità vera e propria, un circolo virtuoso che vede indagini sociali, politiche sociali maggiormente sviluppate e un democratico e non invasivo sistema di controllo. Va poi introdotto il concetto di sicurezza globale, un concetto che mette in evidenza quanto sia riduttivo ragionare in termini di sicurezza nazionale , quando poi si diffonde in occidente una insicurezza generata dal rischio di attacchi terroristici di raggio internazionale.Insicurezza nazionale, limitata ai fatti di crminalità quotidiana, e insicurezza globale, legata a fatti di natuta internazionale, concetti che sembrano distanti ma che sono invece la faccia di una stessa medaglia, concetti che se esasperati rischiano pesantissimi danni alle libertà individuali. Anche prima questo era vero, ma oggi, nel mondo della cosiddetta “network society” e della rete internet, questo è ancora più vero perché terribilmente tutto più veloce ed in grado di raggiungere ogni singola abitazione del mondo.Oggi una minaccia di guerra mondiale, di un Bin Laden che scorre sul web, genera una insicurezza in maniera più veloce di quanto potessero fare le legioni romane o l’Invincibile Armada, le quali, prima di generare scompiglio e paura, dovevano arrivare sul teatro di guerra. L’uomo contemporaneo è stato condannato ad un ergastolo caratterizzato da insicurezza e ricerca della stessa.In uno Stato democratico avere più sicurezza, esasperando il concetto della stessa, significa dover essere consapevoli che lo spazio di libertà che ogni singolo individuo deve cedere allo Stato diventa maggiore.Porto a sostegno di questa tesi l’idea del governo inglese, idea di questi ultimi giorni, che al fine di prevenire un incremento di atti delittuosi tra i più giovani sarebbe opportuno vietare di farli uscire di casa dopo una certa ora della sera.Invece di espellere i messaggi violenti che provengono dai mass media, invece di un Welfare efficace capace di risollevare le fasce meno abbienti, nell’Inghilterra della “Magna Charta” e delle libertà individuali viene proposto il “coprifuoco”. Cedere troppa libertà allo Stato in cambio di una maggiore sicurezza è quello che si può definire fine della Democrazia.Questo non vuol dire però che sia fisiologico dover accettare che nelle città avvengano scorribande criminali, MA NON E’ NEMMENO POSSIBILE DIVENTARE TROPPO SUSCETTIBILI AD UNA INSICUREZZA CHE VIENE CREATA A D ARTE DAI MASS MEDIA PER FINI NON TROPPO NOBILI.Arriverà il giorno che ci chiederanno di inserirci un microchip, perché quel microchip ci fa trovare subito dalla polizia nel caso di aggressioni, violenze,….? Oggi un microchip riceve ed invia dei dati….riceve dei dati!In Italia è un problema di sicurezzo o legalità? Quanto alla situazione italiana, è necessario ristabilire un percorso virtuoso in termini di legalità.Pensare che “legge e ordine” sia da fascista è proprio di chi non ha capito quale sia il ruolo della sicurezza per la salvaguardia della democrazia. Questo è l’errore che per anni ha attanagliato gran parte della sinistra e che ancora oggi persiste.Securitas et libertas declamava il poeta latino Orazio, la libertà di trascorrere la vita secondo le proprie aspirazioni e in tranquillità grazie alla presenza delle legioni a respingere sul confine le aggressioni di popoli belligeranti.Non dare il giusto peso al tema della sicurezza significa mezzo cammino verso uno stato autoritario, perché di fronte ad una situazione di legalità degenerata e di insicurezza dei cittadini verrà invocato il pugno di ferro, verrà creato ad arte il capro espiatorio, e passerà il messagio, già passato, che non ha senso essere troppo liberi se poi siamo insicuri.Più insicurezza, maggiore controllo sociale, creazione ad arte delle paure e quindi maggiori garanzie per qualcuno. La sicurezza la possiamo ottenere senza dover mai rinunciare alle libertà di uno Stato democratico, a patto però di non esagerarne la richiesta.Quello che è prettamente di destra e che va assolutamente respinto, in quanto concetto falso, è l’idea che un livello di controlli molto alto porta ad un livello di sicurezza molto alto. L’esempio delle Banlieues parigine, ultra controllate ma allo stesso tempo invase di criminalità, ne è un esempio.Spesso invece un maggior inasprimento dei controlli genera una maggiore ostilità alla legalità e nei confronti di chi lavora per il suo rispetto. In uno Stato come il nostro, dalle istituzioni malate, si rischia di avere un sistema di sicurezza che combatte solo i piccoli delinquenti ma che lascia liberi quelli che ad esempio generano il tracollo del sistema economico del paese, dal tracollo del quale si genera povertà e quindi nuovi poveri delinquenti da incarcerare.In uno Stato del genere viene posta in essere una pesante repressione solo nei confronti di chi delinque in stato di necessità.Possiamo in Italia ridurre il problema della sicurezza solo all’aspetto delinquenziale spicciolo e non valutare ad esempio che quattro regioni sono interamente in mano alla criminalità organizzata? Possiamo poi continuare a dire che il problema sono i nomadi e non le mafie? In questo paese abbiamo quattro regioni dallo sviluppo economico limitato e limitante a causa del peso della criminalità sulle istituzioni.La disastrosa situazione economica del meridione d’Italia è solo un problema di legalità, quindi prima di intraprendere percorsi politico-finanziari, oggi l’assurdità di una nuova “ Banca per il Mezzogiorno”, va attuata una profonda bonifica delle istituzioni mettendo in atto una dura attività di contrasto agli affari politico-mafiosi.Detto questo, è evidente che il problema della sicurezza non è solo affidato ai controlli delle forze dell’ordine ma è strettamente legato al ruolo delle istituzioni e della politica.In uno Stato dalle istituzioni sfasciate come il nostro sarà inevitabile l’aumento dell’illegalità e dell’insicurezza.Un altro dei problemi italiani è poi che la legalità è diventata illegale. Si pensi ad esempio all’automobilista che viola il codice della strada e critica l’operato del vigile che lo multa, definendolo troppo zelante.Pensiamo alla indifferenza dei cittadini, assuefatti, che non fanmno più caso al tremendo livello di corruzione italiana.Chi lavora per il rispetto della legge è zelante mentre la violazione della stessa è la regola, mentre la corruzione non viene più attenzionata a dovere dal cittadino.Verrebbe da porsi poi la domanda: “Chi controlla i controllori?”.Rimango dell’avviso che l’unico sistema per generare maggiore sicurezza è avere delle istituzioni sane e autorevoli che sanno imporre un percorso culturale di legalità e di rispetto delle norme emanate.Dall’insicurezza globale delle moderne democrazie all’insicurezza italiana frutto di istituzioni moribonde.Una parte della classe politica italiana poi, oggi, ha la necessità di chiarire in che rapporti vuole stare con la criminalità organizzata, deve chiarire se vuole combatterla veramente oppure rimanere in un rapporto di buon vicinato. Da questo chiarimento dipende la vita oppure l’agonia e la morte di questo paese.Su questo argomento vorrei riportare le parole di Luciano Gallino, per molti anni, presidente dell’Associazione Italiana di Sociologia: ”Questo è il paese dell’illegalità diffusa. Siamo un fenomeno quasi unico nelle società contemporanee. Basti pensare alla facilità con cui si perpetrano truffe ai danni delle assicurazioni. Un circolo vizioso che gli italiani non hanno avuto il coraggio e la forza di rompere anche perché l’illegalità diffusa garantisce molti vantaggi sociali”.Ma anche Ferdinando Imposimato non è da meno quando dice che ”in Italia esiste un atteggiamento apertamente indulgente nei confronti degli evasori fiscali, degli inquinatori, dei deturpatori del paesaggio, dei costruttori abusivi,dei corruttori e dei bancarottieri”.Ferdinando Imposimato aggiunge poi che “ripugna al comune senso di giustizia constatare che sono in libertà, a godersi i frutti dei loro delitti, i responsabili di gravissime bancarotte che hanno defraudato di miliardi di euro piccoli risparmiatori mentre centinaia di anni di carcere sono inflitti in modo inesorabile a persone che spesso agiscono in stato di necessità…poi i gruppi più potenti hanno ottenuto dei provvedimenti legislativi che equivalgono all’amnistia. Infatti per la bancarotta fraudolenta la pena di 10 anni è stata ridotta a 4 anni“.Spero qualcuno abbia colto qualche spunto per cercare di capire perché oggi si esaspera la sicurezza e quale sia il vero percorso per una cultura della legalità e della sicurezza.

 

 

L’ultima intervista di Paolo Borsellino Ripresentiamo la trascrizione dell’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L’intervista venne registrata quattro giorni prima dell’attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. In questa intervista si parla dei rapporti tra Berlusconi e la mafia.A seguire troverete il link al decreto d’archiviazione del 3 maggio 2002 del gip di Caltanissetta per le stragi Falcone e Borsellino dopo le indagini su Berlusconi (Alfa) e Dell’Utri (Beta): motivo in più per non credere a quello che ci raccontano sulle stragi di Capaci e via D’Amelio…BorsellinoSì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come “uomo d’onore” appartenente a Cosa Nostra. Giornalista“Uomo d’onore” di che famiglia? BorsellinoL’uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane. GiornalistaE questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano? BorsellinoVittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. GiornalistaComunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga. BorsellinoSi, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga. GiornalistaDell’Utri non c’entra in questa storia? BorsellinoDell’Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano. GiornalistaA Palermo? BorsellinoSì, credo che ci sia un’indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari. GiornalistaMarcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri? BorsellinoNon ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, di entrambi. GiornalistaI fratelli BorsellinoSì. GiornalistaQuelli della Publitalia? BorsellinoSì. GiornalistaPerché c’è nell’inchiesta della San Valentino, un’intercettazione fra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli. BorsellinoBeh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo. GiornalistaC’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade. BorsellinoPalermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera. GiornalistaLei di Rapisarda ne ha sentito parlare? BorsellinoSo dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente. GiornalistaPerché quanto pare, Rapisarda, Dell’Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia. BorsellinoChe Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell’Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente. GiornalistaNon le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell’Utri, siano collegati a uomini d’onore tipo Vittorio Mangano? BorsellinoAll’inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa, un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali. GiornalistaLei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi? Borsellinoè normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. GiornalistaMangano era un pesce pilota? Borsellino Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia. GiornalistaSi dice che abbia lavorato per Berlusconi? BorsellinoNon le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla. GiornalistaC’è un’inchiesta ancora aperta? BorsellinoSo che c’è un’inchiesta ancora aperta. Giornalista (in francese)Su Mangano e Berlusconi a Palermo? BorsellinoSì.Milano, la seconda generazione La strana storia di due imprenditori nella capitale lombarda.Molto amici di Vittorio Mangano, lo «stalliere».Molto vicini a Marcello Dell’Utri.di Gianni BarbacettoEra un uomo metodico, puntuale fino all’ossessione. Maurizio Pierro, consulente finanziario, usciva dalla sua bella villa appena fuori Varese ogni mattina alle 7, imboccava l’autostrada dei Laghi, arrivava a Milano, si sedeva alla scrivania nel suo ufficio in zona Fiera, due interi piani in una palazzina elegante, cinquanta dipendenti ai suoi ordini. Ogni sera, alle 18.45 in punto, usciva, si buttava nel traffico dei viali che portano all’autostrada, alle 19 con il cellulare dall’auto avvisava la moglie («Sto arrivando»), attorno alle 20 rientrava a casa.

Vittorio Mangano, in barella e sorvegliato dalla polizia, depone al processocontro Marcello Dell’Utri a PalermoLa sera di martedì 11 febbraio 1997, a casa lo aspettavano la moglie, i due figli di 18 e 20 anni, i suoceri e una torta con le candeline. Era il suo cinquantaseiesimo compleanno. Puntuale come sempre, Maurizio Pierro lasciò il suo studio alle 18.45. Ma non chiamò la moglie, alle 19, per dirle «sto arrivando». Lo trovarono nella notte in via Gattamelata, a meno di un chilometro dal suo ufficio. Era seduto nella sua auto, al volante, rivolto verso destra, come se stesse parlando con qualcuno seduto al suo fianco. Aveva in corpo quattro proiettili calibro 7.65, sparati da molto vicino: un colpo in mezzo agli occhi, un colpo al cuore, un colpo in mezzo al petto; il quarto colpo, dopo avergli sfiorato lo stomaco, si era conficcato nella portiera della sua monovolume giapponese. Il portafoglio era al suo posto, nella tasca della giacca, il computer portatile sul sedile posteriore.Con chi aveva appuntamento, Maurizio Pierro, quella sera in via Gattamelata? Chi fu il suo ultimo interlocutore, seduto accanto a lui in auto?Pierro era nato a Tripoli ed era diventato un uomo di successo. Ragioniere, guadagnava più di un commercialista, giro d’affari miliardario, presenza in una miriade di società. Tra i suoi clienti vi era anche la Chanel. Splendida villa in Sardegna, grande passione per il golf, nutrito parco auto, in cui spiccava una bella Porsche. Per la sua società principale, la Selma, aveva scelto un nome furbo: esiste infatti una Selma Leasing legata nientemeno che a Mediobanca. Pierro invece si era legato alla finanza d’assalto, tanto da restare invischiato in una storia da anni Ottanta, il crac di una società che raccoglieva risparmi e piccoli capitali promettendo alti rendimenti, aveva convinto 3 mila persone ed era finita con una bancarotta da 120 miliardi.Dopo la notte di via Gattamelata, per un paio d’anni tutti si sono scordati di Maurizio Pierro e di quel colpo sparato in mezzo agli occhi, nella civilissima Milano. Il caso, irrisolto, dell’uomo che non arrivò puntuale alla sua ultima festa di compleanno è tornato d’attualità nella primavera 1999. I fascicoli di quell’omicidio senza colpevole sono stati ripescati dagli archivi e sono arrivati sulle scrivanie dei magistrati antimafia di Milano: Pierro infatti era consulente finanziario anche di una galassia di società che facevano capo a due imprenditori, Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati martedì 9 marzo 1999 a Milano e imputati di rapporti mafiosi insieme a un più noto imprenditore e politico che li conosceva bene: Marcello Dell’Utri.I magistrati di Palermo Antonio Ingroia, Domenico Gozzo, Mauro Terranova e Umberto De Giglio nel marzo 1999 chiedono per Dell’Utri addirittura l’arresto. Accusa: aver tentato di convincere un paio di “pentiti”, grazie a generose offerte di denaro, a testimoniare a suo favore. I due, Cosimo Cirfeta e Giuseppe Chiofalo, avrebbero dovuto raccontare di essere stati avvicinati da altri collaboratori di giustizia, che li volevano spingere ad aggiungersi agli accusatori di Dell’Utri, inventandosi falsi addebiti a suo carico. Se l’operazione fosse andata in porto, l’effetto sarebbe stato dirompente: sarebbe crollata la credibilità di tutti i testimoni anti-Dell’Utri, sarebbe passata l’ipotesi di un complotto, di un accordo tra “pentiti” ai danni del collaboratore di Berlusconi.I magistrati di Palermo e gli agenti della Dia scoprono il piano. Gli agenti della Direzione investigativa antimafia filmano addirittura alcuni incontri tra Dell’Utri e Chiofalo, uno dei due falsi pentiti. Questi poi racconta: «Dell’Utri mi disse: “Confermi le accuse di Cirfeta e io farò ricco lei e la sua famiglia, avrà per sempre la riconoscenza mia, del dottor Berlusconi e quella di tutte le persone che ci vogliono bene”». Il Parlamento, malgrado avesse ricevuto un’imponente documentazione dei fatti, respingerà la richiesta d’arresto.Ma c’è una parte tutta milanese di questa indagine, passata in secondo piano a causa del turbine di polemiche seguite alla richiesta d’arresto per Dell’Utri. È l’indagine che ha messo a fuoco le attività di Sartori e Currò. Quasi tutta l’attenzione è stata catturata, per forza di cose, dal braccio destro di Silvio Berlusconi, ieri presidente di Publitalia, oggi deputato di Forza Italia, accusato dalla procura palermitana di voler comprare una pattuglia di «pentiti» al fine di affondare l’inchiesta sulle sue relazioni pericolose con Cosa nostra. Ma le indagini del sostituto procuratore di Milano Maurizio Romanelli e della Dia hanno scoperto ben altro: gli affari, legali e illegali, di un gruppo di persone che secondo gli investigatori sono i nuovi colletti bianchi di Cosa nostra a Milano, i manager in giacca e cravatta della mafia siciliana. In rapporto diretto con figli e nipoti di due vecchi boss, Gerlando Alberti e Vittorio Mangano. Insomma: Cosa nostra, seconda generazione.Un quarto di secolo è passato da quando i due comparvero sulla scena: il primo, Gerlando Alberti, con fragore: il più grande raffinatore di eroina in Sicilia in tempi in cui si pensava che gli stupefacenti fossero un affare dei marsigliesi; il secondo, Mangano, in punta di piedi e inosservato: devoto “stalliere” nella villa di un costruttore emergente che era l’essenza della milanesità.Nella Milano delle grandi trasformazioni finanziarie, dei grandi giochi per costruire i nuovi colossi bancari, assicurativi, delle telecomunicazioni, nella città dei soldi - danée e piccioli insieme - si sono rese visibili altre trasformazioni, in un settore più piccolo ma non meno vivace. Quello della finanza “grigia”.«Il consorzio Cisa ha come missione il coordinamento armonico degli associati, fondendoli in un Gruppo omogeneo ed organizzato, fornitore di Risorse e di servizi a terzi, teso costantemente al raggiungimento di sempre nuovi obiettivi di Progresso e di Qualità, al fine di offrire ai propri Clienti elevati livelli di servizio, ottenendo soprattutto la loro primaria soddisfazione, per un reciproco e durevole vantaggio economico. Il Cisa è una Impresa di servizi al servizio delle Imprese». Firmato: «Il Presidente, Natale Sartori».All’americana, la missione, l’obiettivo del Cisa, con tutte le sue maiuscole, è incorniciata in un quadretto nella sede dell’azienda, in via Ripamonti a Milano. Il Cisa è la capogruppo di una rete di società e cooperative che offrono servizi alle imprese: soprattutto pulizie, facchinaggio, trasporti. Terziario flessibile, molto flessibile: come numero di dipendenti (da 800 a 2 mila), come numero di aziende (nove sono le cooperative consorziate al Cisa, ma le imprese che ruotano attorno alla galassia di Sartori e del suo socio Currò sono molte di più), come rapporto di lavoro (chi è impiegato nelle cooperative del gruppo formalmente non è dipendente, ma socio).Certo è che il giro d’affari, per Sartori e Currò, è miliardario. Forniscono servizi a imprese di primo piano come la Esselunga supermercati e la Bartolini trasporti. Un bel risultato, per due messinesi arrivati a Milano nei primi anni Ottanta e che hanno cominciato da zero (una vecchia relazione di polizia li segnala come occupanti abusivi di appartamenti dell’Istituto Case Popolari di Milano). In una decina d’anni sono diventati imprenditori di successo, hanno uffici ben arredati, begli appartamenti, auto di grossa cilindrata. Sartori possiede una splendida villa in Sardegna, a San Teodoro.«Ci hanno preso di mira. Solo perché siamo siciliani, siamo mafiosi», spiega, appena un po’ imbarazzata, Provvidenza (detta Enza) Giargiana, una signora quarantenne, bionda, moglie di Sartori. «Volevano rompere le scatole a Dell’Utri, così sono venuti a romperle anche a noi, perché lo conosciamo, perché lavoriamo per la società di Dell’Utri, Publitalia. Sì, forniamo il servizio di pulizia negli uffici di Publitalia, come lo forniamo a tante altre aziende. Tutte private, s’intende, non lavoriamo con gli enti pubblici», si affretta a puntualizzare mentre attorno trillano i telefoni e gli impiegati si danno da fare. «Lo hanno arrestato, mio marito, ma noi dobbiamo andare avanti a lavorare: abbiamo nove cooperative consorziate, 800 dipendenti, e alla fine del mese dobbiamo dare uno stipendio a tutti».Ma che rapporti, privati e d’affari, ha Sartori con la famiglia Mangano? Alla parola «Mangano» Enza Giargiana smette di parlare, cerca con gli occhi gli occhi di un collaboratore dai modi più bruschi. L’incontro è finito.Mangano? Vittorio Mangano è ormai noto alle cronache come “lo stalliere” o “il fattore” di Berlusconi, perché nel 1974 abitò nella villa di Arcore del Cavaliere. In realtà è un boss di Cosa nostra inviato negli anni Settanta a Milano con l’incarico di tenere i contatti con gli imprenditori del Nord; poi fu reggente della famiglia mafiosa di Porta Nuova, una delle più importanti di Palermo; infine fu arrestato e recluso nel carcere di Pianosa. È del febbraio 1980 la famosa telefonata tra Mangano e Dell’Utri in cui i due parlano di «cavalli» da «consegnare in albergo»: Paolo Borsellino, nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, si disse convinto che il termine «cavalli» era riferito al traffico di stupefacenti e così fu accettato dal tribunale di Palermo, in una sentenza diventata per Mangano ormai definitiva.Il rapporto tra i Mangano e il gruppo di Sartori è strettissimo. La moglie di Mangano, quando viene a Milano, dove vivono anche le sue figlie, è ospitata non da queste ma dalla moglie di Sartori, nella bella casa di Caleppio di Settala alla periferia della città. Delle tre figlie di Mangano, due, Cinzia (30 anni) e Loredana detta Lory (33 anni), si sono trasferite a Milano e vivono in una palazzina a tre piani nel verde, a Peschiera Borromeo, ai confini est di Milano. Sono state immediatamente assunte alla Ecosea, una delle società di Sartori (La terza figlia di Mangano, nata nel 1975, è stata chiamata Marina, ha raccontato il padre, proprio come la figlia di Berlusconi e in onore di un datore di lavoro tanto squisito).Daniele Formisano (25 anni), nipote di Vittorio Mangano, è anch’egli arrivato a Milano nel 1997 ed è subito stato assunto dal gruppo. «Bisognerebbe parlargli per motivi di lavoro», dice Sartori a un suo collaboratore, «ma con rispetto, perché è il cugino di Loredana»: i rapporti di parentela, se si tratta di Mangano, valgono più dell’età, dell’esperienza, della professionalità. Il «rispetto», in questo caso, si trasforma in uno stipendio di 3 milioni al mese. Poi Formisano, da vero «figlio d’arte», arrotonda con altri affarucci. Nel febbraio 1998, per esempio, dimostra di avere stoffa e buoni contatti mettendo in piedi un traffico di 300 chili di marjuana di ottima qualità, trattando alla pari con fornitori albanesi. È in contatto con Maniola Prifti, un’albanese che l’11 luglio 1998 è stata arrestata nell’operazione “Africa”.Che cosa fanno i nostri colletti bianchi di Cosa Nostra? Innanzitutto affari, con le cooperative di Sartori e con i mille traffici (molti con i Paesi est-europei) di Currò. Ma non solo: si danno da fare per tirar fuori di galera il loro boss di riferimento, Vittorio Mangano; danno supporto a un mafioso latitante, Enrico Di Grusa, che ha sposato la figlia di Mangano, Lory; organizzano un’incredibile rete di rapporti con alti ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di finanza.Per migliorare la situazione carceraria di Mangano s’incontrano con Dell’Utri, che vedono più volte a Milano, alla presenza di Di Grusa e di un altro “figlio d’arte”, Vincenzo La Piana, marito di Maria Alberti (la nipote del boss Gerlando Alberti) e dunque nipote acquisito del mitico U Paccaré, che cascò dalle nuvole quando gli chiesero della mafia e rispose: «E che è? Una marca di formaggi?».La Piana, che alla fine degli anni Settanta era uno degli addetti alla raffineria d’eroina di Trabia (una delle più grandi d’Europa, capace di produrre miliardi al giorno), nel 1997 comincia a collaborare con i magistrati e nei mesi scorsi ha raccontato a Romanelli anche gli incontri a cui è stato presente tra Dell’Utri e i colletti bianchi milanesi.Il primo incontro avvenne nel 1995 al ristorante “Al Timeout 4” di via Benaco. Dell’Utri non mangiò, si fermò soltanto una ventina di minuti, il tempo di un aperitivo, e s’informò sulle mosse già compiute per «far volare la quaglia», cioè per ottenere il trasferimento di Mangano da Pianosa. Concluse: «Datemi qualche giorno di tempo, ci teniamo in contatto».Promessa mantenuta: due giorni dopo, nuovo incontro al ristorante “Da Luigi” in via Marcona, buon pesce e frutti di mare. Lì Dell’Utri assicurò che «si stava interessando non solo per ottenere il trasferimento di Vittorio Mangano, ma addirittura per ottenere la sua scarcerazione». Ma attenti, disse ai suoi commensali: «Il Cavaliere sta nelle acque sporche e brutte, ci dobbiamo tenere abbottonati».Poco dopo, l’8 novembre 1995, Mangano uscì da Pianosa e fu ricoverato nel centro clinico di Pisa. Missione compiuta.Ma Sartori incontra Dell’Utri anche altre volte. L’ultima, il 12 ottobre 1998, nel suo ufficio di via Senato 14. «Sono stato là e gli ho spiegato», racconta poi Sartori parlando al telefono (intercettato dalla Dia) con il socio Currò e il dipendente (da trattare con «rispetto») Daniele Formisano. «La parola che mi ha detto lui è: ma mi sembra impossibile, però verifico e poi le faccio sapere. (…) Son tutte chiacchiere, la gente chiacchiera».Che cosa ha «spiegato» Sartori a Dell’Utri? Di che cosa aveva paura? Che «verifica» si è impegnato a fare l’ex presidente di Publitalia oggi deputato di Forza Italia? Sartori aveva mangiato la foglia: aveva ormai forti sospetti che qualcuno del giro (Vincenzo La Piana: era lui, il “Giuda”) stava spifferando tutto alla polizia.L’incontro precedente, quello più cinematografico, era avvenuto in un capannone di Rozzano, dove Di Grusa si era recato con La Piana e aveva trovato Sartori e Currò già in compagnia di Dell’Utri. Argomento discusso, secondo La Piana, il finanziamento di un’importazione di cocaina dalla Colombia: 100 chili, 25 milioni al chilo, pagamento metà alla consegna, metà a 30 giorni. Erano dunque necessari 1 miliardo e 2 o 300 milioni. La Piana ammette però di essere salito nell’ufficio dove si è svolta la trattativa con Dell’Utri soltanto a discorsi conclusi, per il caffè e i convenevoli finali; della richiesta di finanziamento a Dell’Utri e della sua disponibilità a concederlo ha saputo soltanto in seguito, dal racconto di Enrico Di Grusa.«Io alla fine», racconta La Piana, «feci la battuta: “Dottore mi scusi, capisco che lei ci tiene più di me, ma ce lo portiamo a casa o no?”, riferito a Vittorio Mangano. E Dell’Utri rispose: “Ci stiamo pensando”». Poi dell’affare della cocaina non si fece più niente, perché alcune difficoltà e alcuni arresti consigliarono ai protagonisti di sospendere l’operazione. Ma i colletti bianchi continuarono il loro lavoro “pulito”.Vincenzo La Piana, da buon nipote, periodicamente va a visitare in carcere il vecchio Gerlando Alberti. Lo tiene informato su ciò che succede fuori, gli chiede indicazioni e segue i suoi saggi consigli. Ebbene: Sartori e Currò, confessa il boss al nipote, «sono amici buoni e sono tenuti stretti». Cioè, interpretano i magistrati, «pochi sono a conoscenza dei loro nomi o li conoscono personalmente».All’origine della loro carriera i due sono probabilmente coinvolti in traffici di droga, tanto che già nel 1993 l’uomo d’onore Rosario Spatola, diventato collaboratore di giustizia, aveva definito Sartori «un trafficante d’eroina»; e nel 1994 un altro siciliano fattosi “pentito”, Luigi Sparacio, aveva dichiarato che Currò era «pregiudicato messinese trafficante di stupefacenti su Milano». Ma con il tempo le attività legali avevano preso il sopravvento. Il business innanzi tutto. Competition is competition. L’elenco delle società controllate da Sartori e Currò (in alcuni casi con la presenza anche di Enrico Di Grusa) è lungo e intricato. Oltre alla capogruppo Cisa, vi è una lunga catena di cooperative e società di cui è difficile seguire le continue metamorfosi: Mistral, Euroappalti, Ucfp, Coas, Polysystem, Polyservice, Meridiana, Smile, Euras, Finproget, Cgs, Full Time, Italsipi, Ecosea, Italgest, Bolero, Delta…E poiché gli affari sono affari, i colletti bianchi non disdegnano di avere rapporti anche con i “colleghi” di altre holding: così Sartori e Currò sono in contatto con Pasquale Latella, uomo della ’Ndrangheta di Reggio Calabria, che è socio nella Italsipi, poi trasformata in Ecosea.Natale Sartori, cinquantenne, è il più autorevole del gruppo. Capelli chiari ondulati, occhi chiari, sempre elegante, porta occhiali da vista Cartier e al polso un vistoso Rolex Submarine d’oro. La sua famiglia è tanto “vicina” a Mangano da andarlo spesso a trovare a Palermo, prima del suo ultimo arresto. Secondo una testimonianza, i Sartori e i Mangano hanno festeggiato insieme il Capodanno 1995 nella villa siciliana di Mangano, a Carini.Antonino Currò è più “zanza”. Continua fino all’ultimo a dedicarsi a mille traffici. Tra questi, la produzione di jeans nella ex Iugoslavia («Ci costano più o meno 5 mila lire l’uno», dice al telefono), poi importati e venduti in Italia con marchio Levi’s («Ogni jeans viene venduto a 50 mila»). Tarocca, cioè realizza con marchi contraffatti, anche giubbotti Levi’s («Fatti bene, adesso va forte il nero»). Nel suo capannone di Rozzano, ora posto sotto sequestro, sono depositati perfino scatoloni contenenti lampadari. Currò, del resto, si è costruito una rete di relazioni d’affari in Serbia, Ungheria, Polonia, Bulgaria, dove periodicamente si reca.Gli affari dei nuovi siciliani a Milano sono molteplici e numerosi sono i loro luoghi d’incontro. In viale Lucania 19, vicino a un’ottima salumeria-gastronomia, aveva sede una ditta in cui erano in esposizione batterie da cucina; era controllata da Enrico Di Grusa ed era, racconta La Piana, «luogo di ritrovo di alcuni palermitani a Milano». Di Grusa, Sartori e Currò a pranzo vanno spesso o al “Timeout” di via Benaco (dove hanno incontrato anche Dell’Utri), o in un bar vicino, in via Bessarione. Oggi l’insegna gialla dice: «Antica Cafeteria», sulla lavagnetta all’ingresso è scritto: «Primo, secondo e contorno, 11 mila lire» e sulla parete di fondo è incollata una struggente gigantografia di New York al tramonto. La gestione, dice la signora gentile al banco, è cambiata (chissà?) dal Natale 1999. Ma il bar di via Bessarione, a un passo da piazzale Corvetto e dall’imbocco dell’Autosole, resta un luogo storico per Cosa nostra a Milano: aperto tanti anni fa con i soldi di Gerlando Alberti e gestito per lungo tempo da Vincenzo Citarda e Lia Stassi, vecchie mani di Cosa nostra a Milano.L’aspetto forse più incredibile di tutta questa storia è la squadretta di alti ufficiali che i siciliani avevano al loro servizio. Un colonnello dei Carabinieri, Andrea Benedetti Michelangeli, era a disposizione del gruppo praticamente a tempo pieno e utilizzava le strutture periferiche dell’Arma per procurare contatti e clienti al gruppo, mobilitava i marescialli sul territorio per portare a casa nuovi appalti. In cambio, riceveva uno stipendio mensile. Quando si sente dire dall’uomo incaricato da Sartori delle “pubbliche relazioni” che «bisognerebbe un attimino rivedere quel discorso nostro», Benedetti Michelangeli si inalbera: vuole mantenere il suo fisso mensile, anche impegnandosi a non chiedere aumenti e a non pretendere provvigioni da grossi affari. «Quando ha bisogno di un passaporto, di un rinnovo di porto d’armi, di un cazzo cinese, eh, dove vanno?», grida il colonnello al telefono. «Digli che l’aumento Istat non mi interessa, eh, però cazzo, un minimo così, anche per tutte le altre esigenze che si possono venire a creare, tipo informazioni sulle persone. (…) Tutto si può fare se c’è un minimo di comprensione, io parlo di fisso, eh. (…) Anche se dovessi ottenere, non so, 2 miliardi per una cosa, gestiteveli, non mi interessa. (…) Se poi lui ha bisogno di qualche altra cosa, a livello di informative eccetera, sono a dispositivo, io».Benedetti Michelangeli la spunta e mantiene il suo secondo stipendio. Ma legati al gruppo restano anche il colonnello delle Fiamme Gialle Michele Adinolfi, il colonnello Guglielmo Petrantoni, sua sorella Angela Petrantoni, in servizio al palazzo di Giustizia di Milano.I colletti bianchi cadono nel panico una sola volta, nell’ottobre 1998, quando una verifica fiscale della Guardia di finanza, casuale, rischia di scoprire i segreti del gruppo. Nei giorni della verifica i colloqui telefonici dei siciliani si fanno drammatici. Sartori: «Vediamo se riusciamo a fermarli. (…) Ecco, se possiamo chiuderla lì, sennò diventa un casino, diventa. (…) Io c’ho un’ultima maniglia, eh, eh, non posso spararla ora, devo spararla ora, devo spararla alla fine, devo spararla per forza quando arrivano a noi, alla Cisa».Allora scende in campo il colonnello Adinolfi, che manda Sartori da un ex collega, Michele Leggiero, che ha lasciato la Guardia di finanza e ha aperto uno studio di commercialista a Monza. Miracolosamente i conti tornano in ordine. Tutto in una notte. Un collaboratore il 30 novembre telefona a Sartori: «Minchia che nottata… a preparare tutti i documenti, Natale, tutte le lettere, tutte le contestazioni, tutti i giustificativi delle ore fatte da Full Time…». La Guardia di finanza contesta al gruppo, è vero, false fatture per un miliardo e mezzo, ma i siciliani sono contenti, festeggiano lo scampato pericolo: c’era ben di peggio da scoprire…Il lato più oscuro di tutta questa faccenda è la pista “stragista” che qualcuno ha indicato. La bomba mafiosa scoppiata la notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 al Padiglione di arte contemporanea di via Palestro a Milano resta la più misteriosa tra le bombe del ’93, quella di cui meno si sa: chi sono i basisti, chi ha fornito i “materiali” necessari, chi sono gli esecutori?È il Giornale, giovedì 11 marzo, a sparare in un titolone a pagina 2: «Fra le accuse spuntano le stragi del ’93». L’articolo spiega che gli imprenditori messinesi Currò e Sartori sarebbero ritenuti «vicini agli ambienti in cui sarebbero maturati quegli attentati. Currò, in particolare, è zio di Rosa Currò, al cui cellulare nel 1993 sarebbero arrivate chiamate provenienti dall’utenza telefonica di Antonio Scarano, oggi collaboratore di giustizia, condannato a Firenze proprio per gli attentati».Pista interessante, ma tutta da verificare. Anzi, gli investigatori milanesi invitano alla cautela: non è affatto dimostrato il rapporto tra Rosa Currò e Antonino Currò.Il secondo elemento della pista “stragista” parte da un night club milanese, il Top Town. Durante un controllo di polizia, nel night furono trovati sia Currò, sia Elio Boi, il proprietario del ristorante milanese “Gigi il cacciatore” dove furono arrestati i fratelli Graviano, boss di Cosa nostra ritenuti gli organizzatori delle stragi del ’93. Anche questa è una pista interessante, ma non ci sono le prove che i Boi e Currò fossero insieme al Top Town, né che Elio fosse non solo il ristoratore, ma anche il complice dei Graviano.Restano gli affari, sporchi e puliti, del gruppo dei siciliani a Milano, Cosa nostra seconda generazione. Girandola di sigle e di aziende, appuntamenti in capannoni di periferia, cene al ristorante, incontri al bar di fiducia o in ufficio. Sembra di essere tornati ai bei tempi di via Larga, negli anni Settanta, quando in pieno centro di Milano il siciliano Ugo Martello detto Tanino fu mandato da Cosa nostra ad aprire una succursale al Nord, nella capitale dei piccioli. L’ufficio di via Larga divenne un punto di riferimento, fu frequentato da personaggi come Mimmo Teresi e Tanino Cinà. Ci passò perfino Stefano Bontate in persona, allora numero uno di Cosa nostra, quella volta che venne a Milano per parlare d’affari con un siciliano trapiantato a Milano: Marcello Dell’Utri.Quella volta, racconta il boss Francesco Di Carlo, Bontate incontrò Dell’Utri, che gli presentò Berlusconi. Bontate esortò l’imprenditore «a investire in Sicilia», ma Silvio gli rispose che «già temeva i siciliani che al Nord non lo lasciavano tranquillo», aveva paura di essere sequestrato. Allora Bontate rispose: «Non avrà più nulla da temere, vicino a lei c’è già Marcello Dell’Utri, e comunque le manderò uno dei miei in modo da non farle avere più alcun problema con i siciliani». Poco dopo, a Milano arrivò Vittorio Mangano, ufficialmente a lisciare la criniera dei cavalli di Arcore.Vent’anni dopo, sono gli “uomini nuovi” di Mangano, «amici buoni e tenuti stretti», a essere attivi su piazza. Cosa nostra, inabissata a Palermo dopo la sconfitta della furia corleonese, a Milano è alla seconda generazione.Di nuovo, una storia italianaGuida alla lettura della sentenza di Palermoche ha condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosadi Gianni Barbacetto“Senza soldi, non se ne canta Messa”Marcello Dell’Utri, 14 febbraio 1980Marcello Dell’Utri ha silenziosamente attraversato le vicende italiane degli ultimi decenni. È stato alto dirigente di uno dei gruppi economici che hanno fatto la storia del Paese. È stato il costruttore di una nuova formazione politica divenuta immediatamente il primo partito nazionale. È stato, infine, imputato di mafia: per dieci lunghi anni la procura della Repubblica di Palermo lo ha indagato, lo ha mandato sotto processo, ha infine chiesto la sua condanna a undici anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Sabato 11 dicembre 2004 i giudici della seconda sezione del Tribunale di Palermo (Leonardo Guarnotta presidente, Giuseppe Sgadari e Gabriella Di Marco a latere) hanno pronunciato la sentenza di primo grado: condanna a nove anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici.I fatti che hanno portato alla richiesta di condanna sono contenuti nel documento che viene presentato, pressoché integralmente, in questo volume: la monumentale requisitoria dei pubblici ministeri Domenico Gozzo e Antonio Ingroia, pronunciata davanti al Tribunale in 16 udienze, dal 5 aprile all’8 giugno 2004, dopo un lunghissimo dibattimento a cui ha dato un importante contributo la professionalità dell’avvocato di parte civile del Comune di Palermo, Ennio Tinaglia.È il racconto di una lunga storia prima imprenditoriale e poi anche politica, sempre al fianco di Silvio Berlusconi. Ma una storia che si è sviluppata, secondo l’accusa, con la presenza costante e determinante della più potente organizzazione criminale italiana, Cosa nostra.Questa presenza ha dunque condizionato, in ultima analisi, alcuni passaggi cruciali delle vicende di Silvio Berlusconi, della Fininvest, di Forza Italia. Per questo, anche al di là degli esiti processuali, che potranno anche cambiare nei successivi gradi di giudizio, vale la pena di rendere accessibile e disponibile questa requisitoria. Perché qualunque lettore possa conoscere una ricostruzione dei fatti che i giornali e le tv non hanno mai compiutamente raccontato.1. Marcello Dell’Utri nasce a Palermo l’11 settembre 1941. Cresce e studia nella città siciliana, trasferendosi a Milano nei primi anni Sessanta per frequentare l’università. Qui incontra il giovane Silvio Berlusconi, di cinque anni più anziano di lui. Comincia a occuparsi seriamente di calcio, sogna di diventare un tecnico, un arbitro o un allenatore. Nel 1965 va a vivere a Roma, impiegato per un paio d’anni come direttore del centro sportivo Elis, una struttura dell’Opus Dei.Torna a Palermo nel 1967, per stare vicino al padre. La passione per lo sport lo porta a fondare e dirigere l’Athletic Club Bacigalupo, che in pochi anni diventa un crocevia della “Palermo bene”, ma anche della Palermo mafiosa. Nel 1970 il padre, che lo vuole “sistemato” in banca, lo fa assumere alla Cassa di risparmio delle province siciliane, la Sicilcassa. Dapprima lavora a Catania, poi alla filiale di Belmonte Mezzagno, a metà strada tra Palermo e Corleone, infine al Credito agrario di Palermo.La svolta nella sua vita arriva nel marzo del 1974: chiamato da Berlusconi, vecchio compagno d’università che sta facendo fortuna, lascia subito la Sicilia e si trasferisce a Milano, come segretario particolare del giovane imprenditore. Inizia una carriera e una vicenda professionale e politica che arriva fino a oggi. Sempre scandita, secondo i magistrati palermitani, da contatti con uomini di Cosa nostra.È presso il club calcistico Bacigalupo che si registrano i primi rapporti certi tra Dell’Utri ed esponenti mafiosi. In quegli anni egli frequenta Gaetano Cinà detto Tanino, esponente della famiglia di Malaspina e coimputato di Dell’Utri (condannato a sette anni per associazione mafiosa); e Vittorio Mangano, che diverrà capo della famiglia di Porta Nuova. Cinà, figura rimasta silenziosa e in disparte nei lunghi anni delle indagini e del dibattimento, è l’uomo chiave di questa storia: personaggio vicino a Stefano Bontate, negli anni Settanta capo indiscusso di Cosa nostra, è l’anello di congiunzione tra Dell’Utri e l’organizzazione criminale, il punto di riferimento costante per Dell’Utri dentro l’universo mafioso.Tutto nasce quando Silvio Berlusconi, nella prima metà degli anni Settanta, riceve le prime minacce mafiose: gli giungono richieste di soldi e “avvertimenti” che avrebbero potuto sequestrarlo o rapire uno dei suoi figli. Erano anni in cui i sequestri di persona erano molto frequenti (103 nella sola Lombardia, tra il 1974 e il 1983). Eppure il giovane imprenditore non denuncia, non chiede protezione alle autorità, non avverte la polizia; si ricorda invece dell’amico siciliano conosciuto dieci anni prima all’università, lo chiama e lo convince a venire al Nord, al suo fianco. Dell’Utri lascia la banca e si trasferisce ad Arcore, nella villa che Berlusconi aveva comprato, con l’aiuto determinante dell’avvocato Cesare Previti, dalla marchesina Casati Stampa. Dell’Utri, dopo un consulto con Cinà, porta con sé Vittorio Mangano, che arriva a Milano pochi mesi dopo di lui e dal 1 luglio 1974 è assunto come “fattore” della villa: in realtà è l’assicurazione sulla vita e sui beni stipulata da Berlusconi, attraverso Dell’Utri, con Cosa nostra.Così Dell’Utri consegna Berlusconi nelle mani dell’organizzazione criminale: perché questa offre sì protezione, ma poi pretende un rapporto più intenso. Suggellato da un vertice ai massimi livelli: Berlusconi nel 1974 incontra ad Arcore – con la regia di Dell’Utri e, dietro di lui, di Cinà – nientemeno che il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate, presenti i mafiosi Mimmo Teresi e Francesco Di Carlo. Bontate, chiamato “il principe di Villagrazia”, era piaciuto a Berlusconi, secondo i racconti che circolavano tra gli uomini di Cosa nostra: lo aveva trovato ben diverso da come si immaginava i boss, un uomo nient’affatto rozzo, anzi intelligente e “affascinevole”, testimonia Antonino Galliano riferendo le confidenze ricevute da Cinà.Berlusconi comincia a versare somme di denaro a Cosa nostra per la sua protezione: il denaro, a partire dalla metà degli anni Settanta, passa da Dell’Utri a Cinà e arriva a Mimmo Teresi e Stefano Bontate. Secondo un testimone diretto e ben introdotto nell’ambiente dei palermitani a Milano – il finanziere Filippo Alberto Rapisarda – Cosa nostra chiede però presto a Dell’Utri e Berlusconi un rapporto più stretto: offre denaro, proveniente dai giganteschi profitti che Cosa nostra comincia a realizzare in quegli anni grazie al traffico di eroina, da reinvestire e riciclare in business puliti.Tra il 1975 e il 1979, in effetti, avviene una complicatissima e per niente trasparente riorganizzazione societaria del gruppo Berlusconi, che si apre con la nascita, il 21 marzo 1975, della Finanziaria d’investimento-Fininvest e prosegue poi con la moltiplicazione delle società: tre diverse Fininvest si susseguono e s’incrociano tra loro e infine compare, a controllarle, un bizantino sistema di 23 holding. In questi anni determinanti, dal 1975 fino al 1983, nelle casse del gruppo entra un fiume di miliardi di lire di cui è impossibile ricostruire la fonte. La provenienza è rimasta ignota anche dopo due poderose perizie: quella del consulente della Banca d’Italia Francesco Giuffrida, per l’accusa, e quella del docente della Bocconi Paolo Iovenitti, per la difesa.Perfino il professor Iovenitti, che pure ha ricevuto l’incarico da Dell’Utri, è costretto ad ammettere durante il processo di Palermo che alcune delle operazioni finanziarie del gruppo Berlusconi sono inspiegabile e “potenzialmente non trasparenti”. E che ha dovuto realizzare la sua consulenza senza una parte dei documenti contabili: quelli che pure erano stati ritirati da un avvocato di Berlusconi nel 1998 presso la fiduciaria Bnl “Servizio Italia” e relativi ai mandati fiduciari posti in essere dal 1975 in poi.Secondo alcuni collaboratori di giustizia, è Stefano Bontate il socio occulto della Fininvest, che vi avrebbe investito grandi capitali. Non c’è però la prova piena del riciclaggio di denaro mafioso da parte della Fininvest (tanto è vero che, per questa accusa, le posizioni di Berlusconi e Dell’Utri, dopo un’indagine a Palermo, sono state archiviate). C’è però, secondo l’accusa, una prova incompleta, ma pienamente coerente con le dichiarazioni dei testimoni, tra cui Rapisarda e Francesco Di Carlo. Lo stesso consulente Iovenitti ha ammesso anomalie finanziarie e comunque non ha fatto luce sulla provenienza di quei capitali. Bastava una consulenza che spiegasse chiaramente i flussi di denaro: invece, a trent’anni dai fatti, su quei flussi è stata stesa ancora una fitta cortina fumogena. Perché? Non certo, rispondono i magistrati dell’accusa, per coprire reati fiscali o finanziari, ormai prescritti.Cosa nostra era ormai da tempo a Milano. La sua base era un ufficio a pochi passi dal Duomo, in via Larga, punto di riferimento per uomini come Ugo Martello, Robertino Enea, i fratelli Pippo e Alfredo Bono. Frequentavano quell’ufficio, quando passavano a Milano, anche i palermitani importanti, da Stefano Bontate a Tommaso Buscetta… Milano era la capitale degli affari. Da lì si poteva entrare in contatto con imprenditori dinamici, pieni d’idee e spregiudicati quanto basta: prima attraverso le minacce, poi magari con accordi di reciproca soddisfazione. Perché i piccioli e i danee, a Palermo come a Milano, non puzzano.In questo clima Dell’Utri sbarca al Nord. E anche lì continua le sue frequentazioni mafiose. La sera del 24 ottobre 1976, per esempio, il boss catanese Antonino Calderone festeggia il suo compleanno a Milano, al ristorante “Le colline pistoiesi”. Sono presenti a tavola i mafiosi Gaetano e Antonino Grado, ma anche Mangano e Dell’Utri. Questi ammette la cena, spiegando però che non conosceva i commensali. I fratelli Grado, grandi trafficanti di droga, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo erano gli stessi che un paio d’anni prima avevano progettato il rapimento del figlio di Berlusconi, Piersilvio.2. Nell’autunno del 1976 Vittorio Mangano appare però pubblicamente compromesso per le sue vicende criminali: era stato arrestato una prima volta il 27 dicembre 1974 e, rilasciato il 22 gennaio successivo, era stato riaccolto ad Arcore; arrestato di nuovo il 1 dicembre 1975, quando viene rimesso in libertà, sul registro del carcere segna come domicilio “via San Martino 42, Arcore”, cioè casa Berlusconi. La situazione è ormai imbarazzante. Così nell’ottobre 1976 Mangano lascia l’impiego presso Arcore. Poche settimane dopo se ne va anche Dell’Utri.Berlusconi è ormai un imprenditore che ha costruito un piccolo impero immobiliare sotto il segno del Biscione. Intuisce il danno d’immagine che gli può provocare la diffusione della notizia d’aver accolto in casa un mafioso. In più, forse teme possibili indagini di polizia. Rompe rapidamente, dunque, con la coppia Dell’Utri-Mangano. Mantiene però gli impegni presi con Bontate: continua a versare il suo “regalo” a Cosa nostra (la famiglia Pullarà sostitusce Mangano nell’esazione). E cerca nuove protezioni.Nel gennaio 1978 si iscrive alla P2 di Licio Gelli. Sotto le ali di quel club, otterrà massicci fidi bancari anche senza adeguate garanzie; e tenterà di sviluppare alcuni affari in Sardegna in cui sono coinvolti piduisti e personaggi della criminalità organizzata romana e siciliana, tra cui Flavio Carboni, faccendiere romano nelle mani della malavita della capitale e frequentatore di mafiosi del rango di Pippo Calò, l’inviato di Cosa nostra nella capitale. Sono questi gli anni in cui la criminalità organizzata penetra dentro la massoneria e alcune logge diventano camera di compensazione tra i diversi poteri, luogo d’incontro tra politici, imprenditori e mafiosi (come lo stesso Bontate, anch’egli iscritto a una loggia massonica).3. E Dell’Utri? Dopo il licenziamento da parte di Berlusconi, Marcello attraversa un periodo di smarrimento. Accarezza l’idea di prendersi un anno sabbatico, di lasciare tutto per trasferirsi in Spagna, a studiare teologia presso l’università di Navarra, o presso i Gesuiti in Italia. È il solito Cinà a tirarlo fuori dai guai, preoccupato per l’amico (”Si vuole fare prete”, aveva capito, sintetizzando un po’ rozzamente una crisi più complessa). Nel 1977 lo fa assumere da Filippo Alberto Rapisarda, in quegli anni a capo, a Milano, di un grande gruppo immobiliare, stimato il terzo in Italia e considerato un luogo privilegiato di passaggio dei capitali mafiosi.Dell’Utri diventa dirigente della Bresciano, un’azienda del gruppo Rapisarda, benché egli stesso ammetta alla signora Bresciano di non sapere neanche da che parte si cominci a dirigere un’azienda. Il suo gemello, Alberto Dell’Utri, viene posto al vertice di un’altra società di Rapisarda, la Venchi Unica. Non è un’esperienza fortunata: in breve tempo, tutto il gruppo Rapisarda finisce nell’imbuto di un colossale fallimento. Marcello è incriminato a piede libero, Alberto è arrestato a Torino, Rapisarda fugge all’estero, nel Venezuela dei Caruana, grandi trafficanti di droga, e poi a Parigi (con un passaporto intestato a “Dell’Utri Alberto”).Passato da Berlusconi a Rapisarda, Dell’Utri trasferisce la sua abitazione nel lussuoso palazzetto di quest’ultimo, nella centralissima via Chiaravalle, a Milano. Ma non interrompe i vecchi rapporti. Con Vittorio Mangano, per esempio: nel 1980, in una telefonata intercettata dalla Criminalpol, Dell’Utri parla con l’amico di “affari” e di “cavalli”. È la telefonata a cui fa riferimento Paolo Borsellino nella sua ultima intervista prima di essere ucciso, quando spiegherà che per “cavalli” si intendono partite di droga.Nell’aprile dello stesso anno, Dell’Utri fa un salto a Londra, dove partecipa alla festa di matrimonio di Jimmy Fauci, mafioso siciliano che gestisce in Gran Bretagna il traffico di droga per il clan Caruana. Dell’Utri ammette: “Mi portò Cinà, non sapevo chi fosse lo sposo, mi trovavo a Londra per visitare una mostra sui vichinghi”.4.Nel 1983 Dell’Utri lascia Rapisarda (che parla di tradimento) e ritorna al servizio di Berlusconi, il quale lo inserisce al vertice di Publitalia 80, l’azienda nata un paio d’anni prima con la mission di raccogliere pubblicità per le reti televisive del Biscione. Perché questo ritorno? E come mai, questa volta, in una posizione così importante?Quello che approda a Publitalia è lo stesso Dell’Utri che al momento del licenziamento, nel 1976, si era sentito dire da Berlusconi di non essere in grado di dirigere un’azienda. Lo stesso che aveva apertamente ammesso i suoi limiti manageriali con la signora Bresciano. Lo stesso che, negli anni con Rapisarda, aveva aggiunto al suo curriculum professionale un’unica esperienza di rilievo: il fallimento della Bresciano. Eppure ora è posto a capo della società più delicata del gruppo, quella che fa il fatturato per tutta la Fininvest.Per capirne le ragioni, è necessario comprendere la grave crisi attraversata da Berlusconi nei primi anni Ottanta. Nel 1981, con la pubblicazione degli elenchi degli iscritti alla loggia segreta di Licio Gelli, scoppia lo scandalo P2 e Berlusconi si ritrova di nuovo esposto ai possibili attacchi della stampa e alle possibili indagini della magistratura, anche a causa dei suoi rapporti con personaggi della P2 legati alla mafia. Quella stessa mafia che Dell’Utri gli aveva portato in casa nel 1974 e che lui aveva creduto di allontanare licenziandolo.Non solo. Proprio in quegli anni, Cosa nostra “si era fatta sotto” di nuovo, e pesantemente, con l’imprenditore di successo ormai entrato nel business televisivo: “Gli stavano tirando il radicone”, racconta il collaboratore di giustizia Angelo Siino, ossia gli avevano fatto forti richieste di denaro.In Sicilia erano cambiati gli equilibri: Bontate era stato sconfitto e ucciso (proprio nel 1981) al culmine della guerra di mafia che lo aveva contrapposto ai corleonesi di Totò Riina; e i Pullarà, della stessa famiglia di Bontate ma alleati dei corleonesi, avevano cominciato a gestire a loro modo le relazioni con la Fininvest. Quanto a Vittorio Mangano, già fuori gioco, nel 1983 è oltretutto di nuovo arrestato, nell’ambito dell’operazione San Valentino che non solo scopre, proprio sull’asse Milano-Palermo, molti mafiosi, ma individua per la prima volta anche alcuni “colletti bianchi” della mafia al Nord.Per Berlusconi, stretto tra scandalo P2 e nuove pretese di Cosa nostra, è un momento delicato e difficile. Superato, secondo i magistrati di Palermo, attraverso una ristrutturazione complessiva dei rapporti tra la Fininvest e la mafia, che prevede anche il ritorno di Dell’Utri al fianco di Berlusconi, ormai “vittima consapevole” di Cosa nostra.Totò Riina, nuovo uomo forte dell’organizzazione criminale dopo l’uccisione di Bontate, eredita i contatti a suo tempo stretti da quest’ultimo e li rimodula, avviando una fase nuova nei delicati rapporti tra la Fininvest e la Sicilia. È sempre Tanino Cinà, gran padrino di Dell’Utri, a mediare anche questo cruciale passaggio, offrendo ai nuovi capi di Cosa nostra ancora una volta Dell’Utri come l’uomo che può risolvere la crisi.Lo rivelano, dall’interno, alcuni collaboratori di giustizia che raccontano come, a metà degli anni Ottanta, all’orecchio di Riina fosse giunta l’eco della controversia tra Mangano e i Pullarà, motivata dal fatto che questi ultimi gli avevano scippato il rapporto con Berlusconi. C’era stato addirittura un acceso scontro verbale in carcere tra l’ex “stalliere” e Giovan Battista Pullarà. Il nuovo capo di Cosa nostra decide di estromettere sostanzialmente i Pullarà (anche se, per non scontentarli, lascia a loro una parte dei soldi pagati dalla Fininvest) e di utilizzare quel rapporto a beneficio dell’intera organizzazione.Viene istituzionalizzato (sicuramente a partire almeno dal 1986) il versamento a Cosa nostra di 200 milioni di lire all’anno, ma tornando a impostare i rapporti secondo i principi dell’“impresa amica” e del “regalo”, che sarà infatti puntualmente fatto giungere ai boss anche negli anni delle stragi di mafia: certamente fino al 1993 o, secondo altri riscontri (tra cui le agende di Dell’Utri che documentano i suoi rapporti con Cinà), fino al 1995. Il “regalo” passa dalla Fininvest a Gaetano Cinà, da Cinà a Pierino Di Napoli, da Di Napoli a Raffaele Ganci, infine da Ganci a Riina, che poi provvede a ripartirlo tra i vari mandamenti di Cosa nostra “interessati”: come San Lorenzo (nel cui territorio vi è la sede palermitana delle Fininvest) e Resuttana (dove sono posizionate alcune delle antenne siciliane del gruppo).Che i rapporti siano distesi e cordiali – ben diversi da quelli che di solito intercorrono tra estorsore e vittima di un’estrosione – è testimoniato da alcune telefonate intercettate nel 1986, come quella in cui Cinà, al telefono con Alberto Dell’Utri, gemello di Marcello, racconta delle cassate siciliane inviate per Natale da Palermo a Milano, alla sede della Fininvest: quella per Berlusconi, grandissima, pesava più di 11 chili e Cinà ci aveva fatto scrivere sopra dal pasticciere “Canale 5, in numero e in lettere”.Ma Riina non pensa solo ai soldi, bensì anche e soprattutto alla “politica”: il vecchio rapporto con Dell’Utri e Berlusconi potrebbe diventare un buon canale per arrivare a Bettino Craxi allora presidente del Consiglio, ipotizza Riina, che comincia ad accarezzare l’idea di mandare un avvertimento alla Dc per i tentennamenti dimostrati nel sostegno a Cosa nostra.I primi anni Ottanta, quelli del ritorno di Dell’Utri al gruppo Berlusconi, sono anche gli anni in cui la Fininvest sviluppa il suo impero televisivo. Fa incetta di emittenti in tutta Italia: anche in Sicilia, dove nasce Rete Sicilia che ritrasmette i programmi di Canale 5 e che ha nel suo consiglio d’amministrazione, accanto ad Adriano Galliani, un certo Antonio Inzaranto, nominato addirittura presidente senz’altra competenza se non quella di essere cognato della nipote di Tommaso Buscetta; Trinacria tv, che trasmette Italia 1, è invece domiciliata presso la Parmafid, una fiduciaria dietro cui si muovono personaggi come Joe Monti e Antonio Virgilio, arrestati nel 1983 come “colletti bianchi” della mafia, considerati i terminali milanesi del riciclaggio di Cosa nostra (condannati in primo grado e in appello, sono poi assolti in Cassazione da Corrado Carnevale, allora chiamato “giudice ammazzasentenze”); Sicilia televisiva, infine, l’emittente che ritrasmette Retequattro, è avviata da due fratelli, i costruttori Filippo e Vincenzo Rappa, amici di Dell’Utri poi processati per mafia (il secondo sarà condannato).La Parmafid è considerata dai magistrati palermitani lo strumento fiduciario attraverso cui Antonio Virgilio gestisce da Milano il denaro di Cosa nostra per conto di Pippo e Alfredo Bono, della famiglia di Bolognetta. Ebbene, proprio la Parmafid controlla, fino al 1994, una quota consistente delle holding che a loro volta controllano la Fininvest.Il 28 novembre 1986 scoppia una piccola bomba contro la cancellata della sede milanese della Fininvest, in via Rovani. È la seconda: una simile era scoppiata il 26 maggio 1975. Dalle telefonate (intercettate) si capisce che Berlusconi e Fedele Confalonieri siano convinti che sia stato anche questa volta Mangano (che invece è, di nuovo, in carcere): “Una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto…”, dice Berlusconi. E chiede conto di ciò al suo collaboratore, evidentemente considerato il responsabile in azienda del ramo, lo specialista in questo genere di cose. Dell’Utri non delude le attese. Due giorni dopo, il 30 novembre, telefona al capo: Mangano non c’entra, “assolutamente è proprio da escludere”. Comunque non c’è da preoccuparsi, c’è “da stare tranquillissimi”. E spiega: “Ho visto Tanino… che è qui a Milano”. Berlusconi non chiede chi è Tanino. Evidentemente sa bene chi è Cinà e prende atto con un monosillabo: “Ah!”.La spiegazione dell’attentato arriva dall’interno di Cosa nostra. Sono i catanesi di Nitto Santapaola, questa volta, a entrare in campo a gamba tesa: attentati, messaggi telefonici, lettere minatorie. Riina è stato avvertito ed è d’accordo: lascia fare i catanesi, che potranno magari ritagliarsi una fetta del denaro pagato dalla Fininvest. A lui la pressione su Berlusconi serve però soprattutto in vista della sua strategia “politica”: lascia che creino problemi a Berlusconi per far poi risaltare le capacità di coloro che li risolvono, cioè Dell’Utri e Cinà, che possono così stringere ancor più il loro rapporto con Berlusconi, che Riina vuole utilizzare come ponte per arrivare a Craxi. Alle elezioni del 1987, infatti, per la prima volta Cosa nostra ritira il suo sostegno ai democristiani e fa affluire i suoi voti al Psi, apprezzato per il suo garantismo.E Dell’Utri continua a fare il mediatore tra le pretese di Palermo e le possibilità di Milano. Un mestiere difficile, che necessariamente incappa in momenti di crisi. L’altalenante rapporto tra Berlusconi e Dell’Utri, infatti, sul finire degli anni Ottanta ha un altro periodo di raffreddamento. Le minacce proseguono, evidentemente perché i mafiosi non sono soddisfatti delle risposte ottenute. Il 17 febbraio 1988 Silvio Berlusconi fa al telefono (intercettato) una confessione drammatica all’amico imprenditore Renato Della Valle: “Sono messo male fisicamente. E poi c’ho tanti casini in giro, a destra, a sinistra. Ce n’ho uno abbastanza grosso, per cui devo mandar via i miei figli, che stan partendo adesso per l’estero, perché mi han fatto estorsioni… in maniera brutta. (…). Una cosa che mi è capitata altre volte, dieci anni fa, e… sono ritornati fuori. (…) Sai, siccome mi hanno detto che se, entro una certa data, non faccio una roba, mi consegnano la testa di mio figlio a me e espongono il corpo in piazza del Duomo. (…) E allora son cose poco carine da sentirsi dire e allora, ho deciso, li mando in America e buona notte”.Non si sa se poi Berlusconi abbia fatto o no “la roba” che gli chiedevano “entro una certa data”. Ma certamente raffredda i rapporti con Dell’Utri. Questa volta Marcello non viene licenziato, ma tenuto a distanza. Lo racconta Mariapia La Malfa, moglie di Alberto Dell’Utri, in una telefonata del luglio 1988 a Rita dalla Chiesa: “Per vent’anni Berlusconi ha sempre trascorso i capodanni con Craxi e Dell’Utri, ma da quando c’è Previti non invita più Marcello…”. Secondo i magistrati palermitani, si ripete la scena degli anni Settanta: Dell’Utri ha rimesso Berlusconi nelle mani di Cosa nostra, eppure le minacce continuano, perché la mafia alza sempre la posta e questa volta vuole arrivare a Craxi.Nel 1991, subito dopo la sua ennesima scarcerazione, Mangano cerca di riallacciare i rapporti con Dell’Utri e la Fininvest. Ma viene bloccato da Totò Cancemi, capo della sua famiglia mafiosa, che per conto di Riina in persona gli chiede di farsi da parte, in nome del “bene di tutta Cosa nostra”: Riina vuol gestire lui stesso, direttamente, il rapporto con Berlusconi.Intanto i catanesi continuano le loro pressioni. A partire dal 1990 bersagliano di minacce e attentati incendiari i magazzini Standa di Catania. La reazione è ancora una volta “privata”: nessuna denuncia e, apparentemente, nessun riscatto pagato. In realtà alcuni titolari di magazzini in franchising ammettono di avere versato la loro parte, un miliardo. Berlusconi invece nega tutto e minimizza perfino i danni subiti. Ma è Dell’Utri, secondo diversi collaboratori di giustizia, che come al solito s’incarica di risolvere, in maniera riservata, il problema: riceve a Milano un emissario delle famiglie catanesi e poi scende personalmente in Sicilia dove nell’autunno 1991 incontra, a Messina, Santapaola in persona, allora latitante.In questo periodo, segnala l’accusa, il gruppo Berlusconi acquisisce “appalti in Sicilia senza conflitti con la locale imprenditoria mafiosa, anzi entrando in società con alcuni imprenditori che sono risultati legati a Cosa nostra”: è il caso della società di costruzioni Coge, riconducibile a Paolo Berlusconi, che realizza lavori, per esempio, nell’isola di Favignana.In questi stessi anni accade anche un fatto che, secondo l’accusa, mette bene in rilievo i metodi professionali di Dell’Utri e i suoi rapporti siciliani. Nel 1990 il dirigente di Publitalia stringe un contratto di sponsorizzazione con la squadra femminile della Pallacanestro Trapani. Lo sponsor è la Birra Messina, che s’impegna per circa 1 miliardo e mezzo di lire. Ma Dell’Utri pretende che metà della cifra versata dallo sponsor gli sia restituita, in contanti e in nero, a titolo di intermediazione. Il proprietario della squadra, Vincenzo Garraffa, si rifiuta e a quel punto Dell’Utri dapprima lo minaccia (”Ci pensi, perché abbiamo uomini e mezzi per convincerla a pagare”) e poi gli manda, a fare un convincente “recupero crediti”, il boss di Cosa nostra di Trapani, Vincenzo Virga. Per questo fatto Dell’Utri è già stato condannato nel 2004 a Milano a due anni di reclusione, in primo grado, per tentata estorsione.Anche i Graviano, boss di Brancaccio, mandanti dell’assassinio di padre Pino Puglisi e protagonisti nel 1992-93 della strategia stragista di Cosa nostra, hanno contatti con Dell’Utri. L’accusa individua rapporti tra il manager di Publitalia e tre siciliani, Giuseppe D’Agostino, Francesco Piacenti e Carmelo Barone. Il primo viene arrestato il 27 gennaio 1994 in un ristorante di Milano, Gigi il Cacciatore, insieme ai capifamiglia, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano.5.Intanto l’Italia è arrivata a una svolta. Dopo Mani pulite, il sistema dei partiti si sgretola. Contemporaneamente, Cosa nostra in Sicilia rompe definitivamente con i suoi tradizionali referenti politici (Salvo Lima e gli andreottiani) e, dopo la conferma in Cassazione delle condanne del maxiprocesso di Palermo, dichiara guerra allo Stato. Inizia la stagione delle stragi: nel 1992 sono uccisi i democristiani Salvo Lima e Ignazio Salvo, considerati “traditori”, e i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’anno seguente l’attacco si trasferisce sul continente: un’autobomba tenta d’uccidere il giornalista Maurizio Costanzo, poi seguono gli attentati di Firenze, Roma, Milano.È in questo clima drammatico che Silvio Berlusconi, preoccupato per la sorte delle sue aziende rimaste senza sostegno politico, decide di “scendere in campo”, di buttare nella mischia la potenza delle sue tv e di fondare Forza Italia. Ma è Dell’Utri, che fino a quel momento non si è mai occupato di politica, il primo a pensare a un impegno diretto, a spingere il suo capo in questa direzione e poi a costruire il partito, usando la struttura organizzativa di Publitalia. Non solo precede Berlusconi, ma è anche il solo dirigente del gruppo a non avere dubbi, anzi a lottare contro le cautele e le resistenze degli altri consiglieri del presidente (Gianni Letta, Fedele Confalonieri, Maurizio Costanzo, Enrico Mentana…). Lo testimonia un consulente di Dell’Utri, Ezio Cartotto, ingaggiato in segreto per studiare nuove modalità d’intervento politico della Fininvest in previsione del crollo dei partiti amici.Poi, tra il 1993 e il 1994, si consuma un drammatico contrappunto Milano-Palermo. Mentre il sistema politico implode e le stragi prostrano l’Italia, Cosa nostra, che come dice Riina ha “fatto la guerra per fare la pace”, è alla ricerca di nuovi referenti politici. Anche in questo tesissimo momento, Dell’Utri ha un compito delicato: garantire ancora una volta il rapporto tra Milano e Palermo, mediare tra le richieste di Cosa nostra e le disponibilità del nascente partito di Forza Italia.Alcuni tra i boss, dopo aver fondato il movimento Sicilia libera, si stavano avviando a sostenere una Lega del Sud, un movimento che avrebbe dovuto nascere, con appoggi massonici, dalla federazione delle diverse leghe sorte nelle regioni meridionali: avrebbe dovuto contrapporsi alla Lega Nord, ma di fatto concorrere insieme ad essa alla spartizione del Paese; e soprattutto avrebbe dovuto essere sensibile alle esigenze “politiche” di Cosa nostra. Dentro l’organizzazione criminale si svolge, allora, un’ampia consultazione, qualcosa di simile alle elezioni primarie, in cui le famiglie mafiose sono chiamate a esprimere la loro preferenza tra il progetto “sudista” e indipendentista di Sicilia libera e quello “milanese” e nazionale di Marcello Dell’Utri. Prevale quest’ultimo, giudicato più serio ed efficace.Il capo di Cosa nostra dopo l’arresto di Riina, Bernardo Provenzano, si assume la responsabilità di dare il proprio appoggio al nuovo soggetto politico, a proposito del quale vi erano stati contatti con Dell’Utri: “Finalmente, si prospetta un discorso serio e che possiamo andare avanti”. La lunga stagione delle stragi s’interrompe e inizia la fase dell’inabissamento di Cosa nostra.Provenzano prende la sua decisione perché ha avuto adeguate garanzie di risoluzione dei problemi dell’organizzazione criminale: “Pressione giudiziaria, sequestro dei beni, collaboratori di giustizia, regime carcerario duro”. Si stringe così un nuovo patto che prevede, da una parte, “garanzie politiche” (Provenzano promette che “entro dieci anni si sistemava tutto”) e, dall’altra, l’appoggio elettorale e la realizzazione della “strategia dell’inabissamento” (”Perché se noi continuavamo a fare attentati… a spargere sempre violenza, a fare azioni eclatanti, i riflettori delle forze dell’ordine e dell’opinione pubblica era sempre a controllare, a guardare, a giudicare a noi e le persone che ci dovevano aiutare… Per cui era importantissimo, se non vitale, che Cosa nostra intraprendesse un periodo di quiete, di tranquillità, in modo che non destasse attenzione nell’opinione pubblica né alle forze dell’ordine e della magistratura in modo particolare”: così racconta l’ultimo dei grandi collaboratori di giustizia, Nino Giuffrè).Dell’Utri costruisce in pochi mesi il partito di Forza Italia che nel 1994 ottiene un clamoroso successo e porta Berlusconi per la prima volta al governo. Naturalmente i magistrati di Palermo non pretendono di spiegare con i rapporti siciliani tutto il successo di Forza Italia, che è spiegabile solamente con una complessa somma di concause politiche, economiche e sociali. Ma aggiungono a queste gli elementi emersi nelle indagini su Dell’Utri e i suoi rapporti con Cosa nostra. Concludendo che “Dell’Utri interviene come sa, secondo il suo stile, “alla grande”, senza mezzi termini, facendosi in prima persona protagonista e artefice di un progetto politico, quello che poi sfocerà nella nascita del movimento Forza Italia. Movimento rispetto al quale, intendiamo ribadirlo una volta per tutte (…), il pubblico ministero ha il massimo rispetto, così come ha il massimo rispetto nei confronti dei suoi militanti e dei suoi elettori. (…) La condotta e le finalità di Dell’Utri sono assai meno commendevoli di quelle degli altri fondatori del movimento politico; anzi, è provato che quelle di Dell’Utri furono direttamente condizionate da Cosa nostra, e dalla precipua finalità di agevolare la realizzazione degli interessi di Cosa nostra. Ed è per via di Dell’Utri soprattutto, e del ruolo da lui esercitato, che il movimento politico di Forza Italia fin dal suo sorgere costituì un punto di “interesse politico” per Cosa nostra: non certo perché Forza Italia fosse il partito della mafia, ma perché Forza Italia era il partito di Dell’Utri e quello a Cosa nostra bastava”.I rapporti con la mafia proseguono anche negli anni successivi. Nel 1999, per le elezioni europee, Cosa nostra fa circolare tra i suoi uomini l’ordine di sostenere e votare proprio Dell’Utri, che dev’essere aiutato anche in relazione ai guai giudiziari che gli sono piovuti addosso (nel 1997 è iniziato il processo palermitano per collusioni con la mafia). Nella nuova Cosa nostra di Provenzano, Dell’Utri gode di un’inedita autorevolezza: “Una straordinaria conferma”, sostengono i magistrati di Palermo, “dell’attuale vigenza dei “patti” stipulati a suo tempo, fin dal 1994″.6.La lunga requisitoria presentata in questo volume è la storia di un uomo, Marcello Dell’Utri, e della sua lunga attività di mediatore tra un imprenditore del Nord e Cosa nostra. Un incredibile romanzo, il plot di un grande film. A costruire questa storia non sono solo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, i tanto vituperati “pentiti”, vittime di una campagna di delegittimazione che dura ormai da più d’un decennio. No, nel processo – come ciascuno può leggere in queste pagine – sono confluiti dati oggettivi, documenti societari, rapporti di polizia, intercettazioni telefoniche e ambientali, racconti e contributi di semplici testimoni, perfino ammissioni degli imputati.Finito il processo, però, si apre – o almeno dovrebbe aprirsi – la riflessione giornalistica, civile, morale, politica in senso alto. Ma in Italia questo non succede. Lo constata Barbara Spinelli, dopo la sentenza, in un suo commento (Il sonno morale) sulla prima pagina della Stampa di domenica 12 dicembre 2004: “Sia in caso d’assoluzione che di condanna, i processi italiani sono vissuti con atteggiamento politico piuttosto che morale, e si svolgono tutti in un’atmosfera rarefatta dove non hanno spazio né la coscienza né i principi, né il giusto né l’ingiusto”. A parte i commenti dei politici (assolutori e antigiudici da destra, cauti e chissà perché quasi imbarazzati da sinistra), la società italiana non ha ritenuto di fare una riflessione libera, autonoma da ogni schieramento preconfezionato. Eppure, “non esistono solo la coscienza personale di Berlusconi e di Dell’Utri. Esiste anche”, argomenta Spinelli, “la coscienza del Quarto Potere incarnato da stampa, radio e televisione, ed esiste la coscienza dei liberi adulti cittadini-elettori. Per costoro il dilemma non può essere semplicemente accantonato, a partire dal momento in cui la magistratura cessa d’occuparsi in esclusiva dei casi e li restituisce al pubblico spazio”. Barbara Spinelli continua: “Una volta pronunciata la sentenza, anche se solo di primo grado, si può tornare a commentare e giudicare con criteri politici”. E invece: “Non ci s’indigna, se i tribunali certificano la collusione tra mafia e politica, se denuncia i meandri di un’impresa che ha mescolato affari illeciti e politica”.Perché se è vero che il processo di Palermo ha avuto come imputato, accanto a Tanino Cinà, il solo Marcello Dell’Utri e che esclusivamente sue sono le responsabilità penali accertate nel dibattimento, un Paese civile non può sfuggire, fuori dal piano giudiziario, a questioni impronunciabili: che imprenditoria è mai cresciuta in Italia, nella ricerca di soluzioni “private” alle minacce della criminalità organizzata e nelle commistioni finanziarie con il denaro sporco? E che nuova élite politica si è mai consolidata, se deve far catenaccio con personaggi compromessi, senza riuscire a far valere alcuna autonomia di giudizio?La vicenda penale riguarda Marcello Dell’Utri, ma quella morale e politica coinvolge direttamente il suo datore di lavoro: Silvio Berlusconi, “vittima consapevole”. L’imprenditore poi diventato presidente del Consiglio mostra di sapere in che gioco è stato messo da Dell’Utri (lo provano oggettivamente le intercettazioni telefoniche). E perché si è rifiutato di rispondere alle domande dei pubblici ministeri, il 26 novembre 2003, perdendo così la possibilità di sgombrare il campo da tanti equivoci e misteri?7. Ecco, dunque, perché può essere utile pubblicare in volume questa requisitoria, questo lunghissimo e complesso documento giudiziario. Non certo per ossessione “giustizialista”. Anzi, per proporre semmai un uso non giudiziario anche delle carte giudiziarie. Non ci interessa, qui, la valutazione penale dei fatti raccontati, delle testimonianze presentate; non ci interessa, a rigore, neppure se la sentenza sia di condanna o d’assoluzione. Ci interessa, su tutt’altro piano che quello giudiziario – il piano della vita, della convivenza civile, dunque anche della politica – rendere disponibile a tutti i cittadini la conoscenza di fatti che comunque hanno a che fare, per la natura dei protagonisti, con la storia di questo Paese. Non per invocare sanzioni o pretendere condanne, ma per fare quello che è proprio del giornalismo: far conoscere vicende, raccontare personaggi, svelare retroscena.Vicende, personaggi, retroscena che, in questo caso, segnano la storia del Paese, toccano il cuore della politica italiana, eppure – incredibilmente – non hanno mai avuto uno spazio adeguato sui giornali o nelle tv. Ecco dunque questo documento, pubblicato per rendere disponibile a tutti la conoscenza di vicende troppo poco o per niente raccontate dai media. La requisitoria di Nico Gozzo e Antonio Ingroia contiene una mole imponente di informazioni, frutto di anni e anni di ricerche, di centinaia di testimonianze e di documenti che sarebbe un delitto seppellire in un archivio polveroso, consegnandole all’oblio.Certo, non è usuale che – in questo come in altri casi del recente passato – agli strumenti giornalistici si sostituiscano atti giudiziari. Non è normale. Ma, di fronte all’enormità della vicenda italiana, saltano anche i generi letterari per raccontarla. Il giornalismo, dopo aver pazientemente percorso la strada del resoconto e dell’inchiesta, della cronaca e del reportage, finisce per doversi avventurare in nuovi percorsi. In qualche caso il giornalismo cerca di realizzarsi nella fuga (ma solo apparente) della fiction, o della satira. In altri casi, all’opposto, si rifugia nell’iperrealismo dei documenti, ritraendosi per lasciar parlare le carte. Dopo tante ricerche, inchieste, reportage e campionari di storie e personaggi italiani, la soggettività cerca di sparire, quasi addolorata per la mostruosità dei propri risultati, e lascia il campo ai freddi fatti, ai nudi documenti.Ecco dunque, strappato al buio degli scaffali palermitani asciugati dallo scirocco, questo materiale per una storia dei rapporti tra Milano e Palermo, tra gli affari e la criminalità, tra i poteri illegali e la politica. Nodi in gran parte non sciolti. Ed elementi non secondari, in un Paese che, più in generale, ha avuto per sette volte come presidente del Consiglio un uomo che, secondo una sentenza ormai definitiva, è stato, almeno fino al 1980, in rapporti con Cosa nostra. Milano-Palermo, Palermo-Roma. L’impresa e la politica e la criminalità. La storia non si scrive con le sentenze, si sente ripetere, ma chi vorrà scrivere la vera storia d’Italia dovrà pur rendere conto anche dei fatti emersi nelle aule di giustizia.(Da Dossier Dell’Utri, Kaos edizioni, 2005)Apologia di Cosa nostra 11 novembre 2007. In attesa della sentenza di secondo grado, Berlusconi difende Marcello Dell’Utri, già condannato in primo grado per mafia (ma Mangano fu condannato per mafia!)La cronaca del Corriere della sera, 12 novembre 2007, dal convegno dei Circoli di Dell’Utri a Montecatini.«Tutto a posto, è carico come una molla». Alberto Zangrillo, il medico personale del Cavaliere, ha appena finito di visitarlo. Dopo il malore dello scorso anno proprio qui a Montecatini, lo segue in tutte le manifestazioni pubbliche. Zangrillo lascia l’ albergo e raggiunge il Palamadigan, dove il fondatore di Forza Italia terrà il discorso finale al convegno dei circoli del senatore Marcello Dell’ Utri. E al «caro Marcello» dedica buona parte del suo intervento, tenendolo sottobraccio mentre parla dal palco. (…).Ad ascoltarlo in prima fila si notano il gruppo dirigente di Forza Italia al gran completo e l’ ex deputato ed ex ministro Cesare Previti, ora agli arresti domiciliari, a Montecatini per effetto di un permesso concesso dal magistrato. Berlusconi esordisce rivolgendosi a Dell’ Utri: «Lo devo ringraziare per quello che ha fatto, che ha continuato a fare e continuerà a fare sapendo bene di esporsi ad attacchi feroci, di una ferocia giacobina, da chi usa impropriamente, e in modo assolutamente contrario a ciò che si deve fare, il potere che la carica di magistrato conferisce».Quello del Cavaliere è un amarcord. Esalta il ruolo giocato da Dell’ Utri, e si sofferma sui guai giudiziari nei quali è incappato il cofondatore di Forza italia e dei circoli, che, si sa, è stato condannato per concorso in associazione mafiosa. «L’ accusa - osserva - è di avere conosciuto delle persone. Dell’ Utri, un bibliofilo eccezionale, membro dell’ Opus Dei, è nato, ha studiato a Palermo». E a Palermo, lui che ha fondato una squadra di calcio - la Bacigalupo - «ha avuto modo di conoscere persone che dopo si è scoperto avere contiguità con quel cancro che è la mafia».Evocata la mafia Berlusconi si dilunga su Vittorio Mangano, lo stalliere della villa San Martino ad Arcore, anche lui colluso con l’ ambiente dei padrini, ma dice convinto il Cavaliere, «non fu mai condannato per mafia». Mangano, rivela Berlusconi, fu sottoposto alle pressioni più terribili affinché coinvolgesse me e Marcello». Lo stalliere, ricorda ancora l’ ex premier, «portava a scuola i miei figli e ha sempre descritto quello di Arcore come il periodo più felice della sua vita». Non solo: «Non accettò mai di dire o inventarsi cose su me e Marcello». Questa notazione serve a Berlusconi per un’ ulteriore critica alla magistratura. «Se non erro, il principio della pena in Italia è quello di recuperare alla società civile qualcuno che ha sbagliato ma in questa circostanza devono essere recuperati alla società questi giudici che lo accusano». (…) (Lorenzo Fuccaro)In verità: Vittorio Mangano fu indicato al maxiprocesso di Palermo, sia da Tommaso Buscetta che da Totò Contorno, come uomo d’ onore appartenente a Cosa Nostra, della famiglia di Pippo Calò, il capo della famiglia di Porta Nuova (della quale aveva fatto parte lo stesso Buscetta). Nel 2000, poco prima di morire per un cancro, fu condannato all’ ergastolo per il duplice omicidio di Giuseppe Pecoraro e Giovambattista Romano, quest’ ultimo vittima della «lupara bianca» nel gennaio del ‘ 95. È stato inoltre sospettato di aver rapito il principe Luigi D’ Angerio dopo una cena nella villa di Berlusconi, nel dicembre del ‘ 74. Conosciuto come lo stalliere di Arcore attraverso le cronache giornalistiche degli iter processuali che lo hanno visto coinvolto, il boss - che fu assunto da Dell’ Utri nella villa di Arcore nella quale visse tra il ‘ 73 e il ‘ 75 - passò gli ultimi giorni della sua vita in carcere, perché, si legge nella sua lapide nel cimitero di Palermo, «rifiutò di barattare la sua dignità con la libertà».